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domenica 11 maggio 2014

Acido Lattico - Il Domenicale #44

L'UOMO DAL FIORE NEL BAVERO


Portava sempre un epitelioma infilato nell'asola del bavero della giacca, lo chiamavano l'uomo dal fiore nel bavero. Era un garofano rosso, ma lui diceva in giro che si trattava di un candidato della lista Tsipras; nessuno aveva chiaro quello che intendesse dire con ciò, ma quando glielo chiedevano rispondeva abbassandosi i pantaloni e mostrando il pacco. Sì, nascondeva proprio un pacco nei pantaloni, attaccato alla vita e pendente sopra le mutande. Sulla scatola c'era scritto: se non hai fatto il classico è ovvio che non sappia che il greco non serve a niente. Il che suscitava ilarità, stranamente, negli interlocutori, ma nessuno osava porre altre domande tipo: perché porti quel pacco?

Era un intellettuale di sinistra, nel senso che utilizzava principalmente la parte sinistra dell'emisfero cerebrale, ovvero quello maggiormente qualificato nella percezione analitica della realtà. Ciò non era vero, però suonava bene 'percezione analitica della realtà'. Suonava niente male anche il pianoforte in un quartetto jazz, che però era composto da cinque persone, ma non gli piaceva dire cinquetto. Infatti si dice quintetto e forse era anche per questo che non gli piaceva. Spesso comunque si dilettava nel armonizzare su tonalità blues anche il diaframma di Adinolfi, un politico obeso della sua città che portava la barba, ma solo per poter far parte del partito di centrosinistra. Un giorno però, quando i colleghi scoprirono ciò, gli praticarono una liposuzione e fu chiaro che non era effettivamente un ciccione, ma faceva finta per poter indossare le bretelle e farsi sculacciare da camionisti gay.

L'uomo dal fiore nel bavero, invece, continuava a girare per la città incuriosendo i passanti. E ammettendo di non aver mai visto una partita di polo perché odiava l'idea di cavalli costretti ad indossare le Lacoste. Alle elezioni non avrebbe votato, ma assicurò sua zia che se lo avesse fatto sulla scheda avrebbe scritto 'camionisti gay per Adinolfi'.

(Fabio Bellacicco) 

domenica 27 aprile 2014

Acido Lattico - Il Domenicale #43

 S'I FOSSE DONNA



Quella mattina avevo deciso: ero stanco di lavorare come uomo, avrei iniziato a farlo da donna. 
Non ero intenzionato a travestirmi, truccarmi o altro, perché purtroppo non avevo a disposizione né abiti adeguati né cosmetici da quando la mia ex moglie mi aveva abbandonato per quell'ingegnere aerospaziale. Ciò che mi serviva era semplicemente un neonato e devo ammettere che anche quello, come i vestiti e i trucchi non sarebbe stato facile da reperire; ma conoscevo la signora del terzo piano, che di mestiere faceva l'insegnante elementare e sapevo che aveva un lattante che lasciava alla domestica almeno fino alle 12.30. 
Così, mentre il portone stava per chiudersi, infilai la mia scarpa destra bucata sul lato destro tra le due ante riuscendo ad intrufolarmi nel palazzo. Salii di corsa al terzo piano e bussai alla porta sbagliata, poi a quella giusta. Ad aprire come avevo previsto venne la domestica e non il neonato, la salutai con educazione e con un po' meno rispetto la colpii in testa con una scatola di Tavernello. Non so perché ero convinto avrebbe avuto lo stesso effetto di una bottiglia di vino della stessa capienza volumetrica (la pubblicità è spesso ingannevole e comunque non mi ero mai laureato in ingegneria aerospaziale come l'attuale compagno della mia ex moglie). La signora non cadde per terra, ma rimase parecchio turbata e forse si contenne anche da una risata, ma prima che potesse aprir bocca la spinsi dentro l'appartamento, chiudendo con la scarpa destra bucata sul lato destro la porta, la imbavagliai e legai ad un termosifone con i lacci della scarpa, questa volta sinistra non bucata su nessuno dei due lati. 

Dato che la mattinata era già iniziata da un po' e che i pensionati sono soliti fare la spesa relativamente presto dovevo sbrigarmi. Perciò trovai il box del bimbo e lo presi, poi però accorgendomi che era troppo ingombrante optai per rubare solo il bimbo. Corsi in bagno e scovato il barattolino di terra della mamma sporcai ben benino il faccino paffuto del piccolo per renderlo più credibile ed anche il pigiamino; gli tolsi il pannolino e gli diedi da bere tantissimo, accorgendomi di aver sbagliato il complemento di termine diedi da bere tanta acqua anche al neonato. Mi scusai con la tata e scappai via. Avevo corso per diversi isolati giusto per assicurarmi di ridurre le probabilità che qualcuno del posto potesse riconoscere il bimbo (è vero non mi ero mai laureato ma un calcolo delle probabilità sapevo farlo anch'io, dopotutto la statistica è pur sempre la scienza degli sfigati).
A quel punto una volta trovato il supermercato assunsi la mia tipica postazione di lavoro, questa volta con l'aggiunta del neonato, che devo ammettere mi faceva tanto mamma donna, sperando che ben presto tutta l'acqua che gli avevo dato avrebbe fatto il suo effetto e si fosse pisciato addosso. Mi sedetti proprio lì accanto alla porta d'ingresso, o di uscita se la guardiamo dal punto di vista di maggior fatturazione, infatti i clienti sono soliti essere assaliti dai sensi di colpa principalmente quando guidano carrelli della spesa già stracolmi. Sì, di lavoro faccio il mendicante e nel nostro settore le donne sono decisamente più premiate degli uomini, cosa volete che vi dica viviamo in una società femminista e bisogna darsi da fare per acquisire i loro stessi diritti lavorativi. Quella mattina, da donna, incassai più del doppio.

Morale: i termosifoni in casa sono pericolosi, meglio l'impianto a pavimento e comunque mai comprare i diritti in un discount il sabato.

Fabio Bellacicco 

(Immagine concessa gentilmente da Gipi senza aver letto il racconto, ovviamente, perchè sennò...)

domenica 13 aprile 2014

Acido Lattico - Il Domenicale #42



 ROSE ROSSE PER TE
  


No, non regalo rose a San Valentino. L'idea di celebrare l'amore regalando dei fiori morti la trovo una cosa un po' grottesca.
Si, perché sono questo le rose rosse delle canzoni: fiori recisi.

"Ah ma sei veramente cinico Black!"

No, è che voi donne volete ricevere fiori, ma non vi piace faticare; perché allora ti becchi un'orchidea e non rompi le palle.
Ma quella no: va curata, bisogna perderci del tempo. Le rose invece dopo tre giorni le butti via.
Non vi quadra il discorso? Provate allora a sostituire a "rose" le parole "cuccioli di cane":

"Ciao amore! questi due frugoletti sono per te! Non ti spaventare... ora ti spiego. E' vero hanno le zampe posteriori tagliate, ma ho fatto in modo che le ferite sanguino poco e quindi moriranno solo nel giro di tre giorni. Basta che gli dai da bere fino ad allora e sei a posto; li ho sedati, non si lamenteranno."

"Ahhh! Sei un mostro Black! Dillo che non vuoi spendere soldi per i fiori e chiudiamola qui!"

"Hai ragione; e tu non vuoi perdere tempo a curarti di loro. Ora visto che ragionevolmente la tua voglia di sesso, al netto dell'ipocrisia tipica femminile, è probabilmente pari alla mia, che ne dici di porre fine alle sofferenze di questi poveri cagnolini e di andare a scopare?"

"Ok."

(Black Mask)

domenica 16 marzo 2014

Acido Lattico - Il Domenicale #41



 BREAKING BEP



[ATTENZIONE!!! SPOILER!!! QUESTO POST NON E' ADATTO A CHI NON HA VISTO PER INTERO LA SERIE BREAKING BAD!!! RISCHIO SPOILER ALTISSIMO]
Joseph Cricket (detto Bep) è un comico di Albuquerque. Vive con la moglie Italy, incinta della loro secondogenita, e il figlio Bep Junior (vero nome Alex DeBaptista), affetto da paresi cerebrale, un disturbo che gli causa problemi di linguaggio e lo costringe a fregarsene dell’opinione altrui. Alla soglia del compimento dei sessant'anni, Bep è ormai fuori dai riflettori e per far fronte alle difficoltà economiche previste dall'imminente acquisto della nuova villa con piscina, è costretto a inventarsi un nuovo lavoro. A tutto questo si aggiunge il profondo senso di insoddisfazione di Bep, che deve sopportare le angherie degli altri comici, i quali lo vedono come un uomo finito, che non fa più ridere.
Un giorno avviene il casuale incontro con Jean Robert Houselectern, un suo ex-fan diventato uno spacciatore di speranze di poco conto. Bep decide di sfruttare le sue conoscenze satiriche per "cucinare" la ricetta politica perfetta, con i cui guadagni potrà assicurare un futuro a se stesso, fregandosene di Italy.
E così inizia l’avventura di Bep e Jean Robert in giro per i comuni italiani a bordo di un camper dove allestiscono un vero e proprio laboratorio per produrre una sostanza chiamata “meetupfetamina”, un composto formato da molecole di democraziadalbasso, populismo, demagogia e uno degli ultimi ritrovati della chimica moderna: il vaffanculio impoverito.

Ma la strada verso la creazione dell’impero è tutt’altro che facile, ed è piena di mille ostacoli e nemici, la maggior parte dei quali si trova all’interno dell’organizzazione (chiamata Movimento 5 Cristalli).
Il primo ostacolo è proprio Italy, alla quale Bep cerca di nascondere tutto continuamente, inventando, una dopo l’altra, le scuse più assurde e inverosimili alla quale però purtroppo Italy abbocca: “restituiremo i soldi”, “via i condannati dal narcotraffico”, “non faremo alleanze con altri spacciatori”, sono solo alcune.
Ma Bep non deve mentire solo alla sua amata compagna ma anche a Bep Junior, il quale fa di tutto per il padre, mobilitandosi con fervore su internet per ottenere consensi in modo da perorare la causa del povero Bep che sta facendo molti sacrifici per la famiglia.

La sostanza inizia a diffondersi in tutto il territorio e il successo non tarda ad arrivare, anche se c’è chi cerca di minimizzare come il capo del cartello messicano Gus Napoliting che afferma di non aver sentito nessun “boom”.
Bep Cricket quindi deve confrontarsi con gli altri spacciatori con molta più esperienza nel settore che lo minacciano inizialmente, anche se lui e il movimento non si arrendono.
Il cartello “Hasta la Casta” che controlla l’intero territorio capisce però che Bep è l’unico a creare una sostanza purissima che soddisfa una grande percentuale di utilizzatori, e quindi avanza delle offerte per cercare di farlo entrare nel loro giro, ma Bep rifiuta ogni tipo di alleanza, credendo di farcela da solo ed espellendo dal movimento chi ha dubbi sulla purezza della sostanza.

Bep quindi diventa sempre più malvagio e megalomane e subisce una trasformazione completa: da comico a spacciatore di speranze.
Si crea anche uno pseudonimo con il quale è conosciuto nel giro: “Heisenbep”.

Heisenbep si rende conto che per creare il suo impero deve agire senza pietà e mietere vittime, la prima delle quali è proprio Gus.
Se riesce ad ucciderlo nulla potrà più fermarlo, quindi trama un piano perfetto e riesce a farlo fuori mettendo una bomba dentro la sua Clio.

Libero da Gus, Heisenbep inizia a farsi strada e ottenere sempre più consensi dimenticandosi tutto quello che predicava o sfotteva quando faceva il comico e diventando lui stesso bersaglio della satira.
Nel frattempo Italy inizia a capire e a Bep non resta che confessare a poco a poco tutte le sue losche intenzioni. Ma nonostante tutto Italy (almeno una parte di lei) continua ad amarlo e difenderlo.
E anche il figlio continua a stare dalla sua parte, quasi come fosse coi paraocchi e non si accorgesse di tutto quello che il padre combinava e combina ancora.
Ma la minaccia si trova proprio all’interno del suo camper: una serie di insetti (per lo più piccoli grilli) si infiltrano in laboratorio distruggendo alcune delle idee migliori di Bep.
Lui cerca di correre ai ripari grazie al pesticida “Sondaggio” grazie al quale riesce a farli fuori tutti e salvare il salvabile.

Ma il declino è vicino in quanto entra in gioco un altro spacciatore di sogni e speranze che si è fatto strada velocemente e senza scrupoli: Mattew Rentz.
Rentz prende il controllo del cartello e spaccia una nuova sostanza che ha molto successo, mentre Italy è sempre più confusa e in crisi.
A questo punto Bep impazzisce e manda affanculo tutto e tutti (anche il povero Jean Robert) e decide di fare tutto da solo.
Dopo un lungo esilio, torna da Italy e qui avviene il dialogo più importante di questa storia:

Bep: Italy, tutte le cose che ho fatto, devi capire che...
Italy: Se sento ancora una volta che l'hai fatto per me...
Bep: L'ho fatto per me. Mi piaceva. Ed ero bravo. E... ero... davvero... Ero vivo.

Dopo aver confessato, Bep va a sistemare tutto: i conti di Italy e del figlio Bep Junior, l’ego di Jean Robert e la sua coscienza, trovata sotto cumuli di dollari.

Infine Bep va a morire felice esalando l’ultimo vaffanculo.

(Giuseppe Coppola)

domenica 9 marzo 2014

Acido Lattico - Il Domenicale #40



 LUI E' TORNATO




Buonasera, sono Daniele Luttazzi e faccio molto ridere.
Non come voi, però.
Non a letto.
Questa sera per la prima volta dopo quasi quattro anni, torno a fare qualcosa che adoro: far bagnare centinaia donne contemporaneamente con il solo uso della lingua.
Ed il bello che a pagare sono i loro ragazzi.

- Cara ho saputo che Luttazzi torna a teatro, ho preso i biglietti: ti va di andarci?

Stai tranquillo. Verrà.

Ecco: mi piace pensare ai miei spettacoli come a delle ridenti vagine che aspettano solo di essere lubrificate da abili pennellate del mio muscolo stiloglosso.

So cosa state pensando adesso: “Adesso dirà che sa cosa stiamo pensando”.
Ma vi sbagliate, non lo dirò.
Il problema è che tra di noi, questa sera, c’è una presenza ingombrante.
No, signora, non mi riferisco a lei in quarta fila.
Mi piacciono i suoi rotolini: mi ricordano la pelle di un cucciolo di Shar Pei. Adoro gli Shar Pei.
Ma dato che in Italia è vietato scoparsi un cane a teatro, mi consolerei molto volentieri con lei.

Sto parlando di un ospite indesiderato, che però non poteva che partecipare alla nostra serata, perché è come se l’avesse organizzata lui. Senza di lui questa serata sarebbe stata quattro anni fa.
E invece è oggi.
Non so se c’è qualche determinista tra il pubblico questa sera: ma se c’è è perché non poteva essere diversamente.

Avete presente quelle conversazioni che sembrano del tutto innocue, ma che ad un certo punto diventano spinose?

Per esempio in ascensore:

- Buongiorno
- Buongiorno
- Bella giornata oggi, vero?
- Ah non per me, ho appena ricevuto i risultati delle mie analisi del sangue: sono positivo all’HIV.
- …
- …
- …
- …
- Comunque è un po’ caldino per essere marzo.

Dopo quanto tempo, secondo voi, un silenzio diventa imbarazzante? 30 secondi? Un minuto? Quattro anni?

 




Ecco, forse il mio silenzio stava diventando un tantino imbarazzate.
E oggi sono di nuovo qui, con voi, per superare l’imbarazzo e per rispondere ad una vostra domanda ricorrente:

- Daniele, ma che fine hai fatto? Perché sei scomparso da così tanto tempo?
- Niente, stavo citando George Carlin. Lui è morto.

Lo so, lo so. Adesso mi direte:

- E allora perché sei tornato adesso?
- Perché sto citando un comico più bravo di lui: Cristo.

Sinceramente, non credo di dovervi spiegare un bel niente, né di dovermi giustificare: il mio lavoro consiste anche nel rielaborare, rivisitare, riscrivere. Nell'arte, originalità e miglioramento sono valori equipollenti e se non conoscevate Carlin o Izzard è colpa mia o della vostra ignoranza?

Provateci voi a dire qualcosa che non è già stato detto da qualcuno. Qualsiasi cosa. Niente?
E ora provate a dire qualcosa che invece è già stata detta, ma provate a farlo bene come lo faccio io.
Nessuno sta ridendo?
Appunto. 


(Francesco Conte)

domenica 23 febbraio 2014

Acido Lattico - Il Domenicale #39


COFFEE & PASTRIES




Il fatto è questo. 
Nell’azienda per cui lavoro un mio collega d’ufficio ha commesso un errore facendo ritardare la consegna del prodotto finale al cliente. Sul disegno di un porta ha scritto il codice RAL della verniciatura sbagliato, così i ragazzi dell’officina hanno dovuto fare le notti per sostituire le ante di colore rosso rubino opaco, con quelle rosso rubino opaco bucciato. Sorprendente per dei daltonici. Nonostante ciò il prodotto è stato consegnato in ritardo. Il giorno successivo alla consegna, forse per sdebitarsi, senza che nessuno glielo avesse chiesto, Larry, uso un nome di fantasia per proteggere la sua privacy, ha pensato bene di portare in ufficio un cabaret di pasticcini, peraltro di pregevole fattura. Ipocrita. Non so gli altri colleghi che si sono cannibalizzati per l’ultimo bignè rimasto, ma io non me la sono bevuta di certo. Pensi di essere a posto con la tua coscienza adesso? Pensi davvero che basti portare un cabaret 40x20 di pasticcini per rimediare al tuo madornale errore? Larry, ti risulta che in questa azienda sia mai successo che un lavoro ben fatto fosse ripagato con un cabaret di pasticcini? Dirai tu, neanche con un adeguato compenso. E allora perché ti sei sentito in dovere di sborsare di tua tasca una così lodevole somma per rimpinguare le fauci degli impiegati, anziché quelle dei ragazzi che hanno sgobbato notti per sopperire al tuo errore? Un cabaret 40x20 poi. Non basta neanche per reintegrare le calorie che hanno speso inutilmente nell’atto di lanciarti le più indubitabili maledizioni, avendogli negato la gioia di uscire dall’azienda dopo le canoniche 8 ore di lavoro, e andare ad ubriacarsi al pub. Vuoi davvero redimerti Larry?! Dimmi, vuoi davvero rimediare al tuo imperdonabile pressappochismo?! Fatti dare
40 nerbate. Da su, solo 40 nerbate. Non una di più. Esci allo scoperto, prendi posizione. Allora si, che la catarsi purificatoria prenderà una dimensione davvero significativa. Allora si che la tua figura inetta esecutrice di ordini potrà elevarsi alla piu nota e onorevole categoria di schiavo. Perché è uno schiavo quello che tu vuoi diventare. Cos’è? Non ti sfruttano gia abbastanza? La tua tariffa da libero professionista non è sufficientemente bassa? Il tuo contratto senza garanzie non è adeguatamente astratto? Perché non rimani a fare le pulizie dei cessi dell’officina a fine giornata? Con la lingua. Sai: grasso, oli emulsionanti, sporco sotto le suole, piscio. Non sai cosa ti perdi. Ecco, non sai cosa ti perdi. E’ per questo che mi sto interessando a te. Come se me ne fregasse qualcosa se consegniamo in ritardo il prodotto. Come se me ne fregasse qualcosa se il cliente, facendo leva sulle clausole contrattuali, avesse diritto ad un rimborso tale da far fallire l’intera azienda per cui lavoriamo. No. Quello che mi interessa è, non essere trascinato a causa tua in un vortice di mortificazione, umiliazione personale ed umana da far impallidire la notte degli Oscar. Sta di fatto che ieri il Vecchio, l’ipocrita, il bugiardo, il prepotente, il presuntuoso, il padrone dell’azienda, si avvicina alla mia postazione e con un sorrisetto complice mi apostrofa dicendo: “Ehi tu! Sei tu che hai disegnato quei vetri? Sai che ci sono 200 pezzi in consegna vero? Stanno per arrivare in magazzino dal nostro fornitore. Prega che vadano bene o ti toccherà portare così tanti cabaret di pasticcini che il mio diabete a quel punto sarà un sollievo.”

Grazie Larry.

(Pascalino Miele)

domenica 9 febbraio 2014

Acido Lattico - Il Domenicale #38


 UN BUCO AL MAGLIONE




Ho un buco al maglione.
Non è stato facile accorgermene, ero convito di avere un buco allo stomaco, ma ovviamente mi sbagliavo. Dovunque fossi dovevo mettere qualcosa sotto i denti: merendine, taralli, finocchi, kebab, gelati, hamburger, peperonata, piadine, ciambelle; ma niente quella strana sensazione non mi lasciava in pace. Avevo preso a mangiare così tanto che, come è logico immaginare, cominciai a vomitare tutto, e non riuscivo ad evitarlo. Vomitavo in bagno, per strada, sul tram, all'università, al ristorante, dovunque. Ad un certo punto, il vomito era ad un livello così avanzato che riuscivo a rigurgitare alimenti che non avevo ancora ingerito: guardavo un toast nella vetrina del bar ed ecco che mi chinavo repentinamente e, con uno spasmo muscolare, lo tiravo fuori dal mio esofago quasi del tutto intatto e già scaldato.
Ero preoccupato, la situazione non pareva affatto migliorare, così decisi di ascoltare dei dottori. Avevo contattato il medico di base, un gastroenterologo, un urologo, un cardiologo, uno pneumologo, un podologo, ma nessuno riusciva a darmi una risposta; eccetto il podologo, che mi consigliò una crema antimicotica per l'alluce destro. Un giorno la provai con le pappardelle panna e funghi, funzionò. I porcini scomparvero.
Ma il presunto buco allo stomaco no. Era sempre lì. Finché un giorno, mentre ero in un pub a vomitare e poi ordinare una pizza margherita, un tizio mi si avvicina e mi fa: "Occhio, che hai un buco al maglione!"
Era vero, era proprio un buco al maglione. E bello grosso. Corsi via senza ringraziarlo, dovevo trovare un sarto. Il sarto era ancora al lavoro, così entrai. Gli spiegai tutto per filo e per segno, scosse la testa, mi guardò sconsolato e disse: "Ragazzo, non riesco proprio ad aggiustarlo. Ma per evitare che si allarghi ti consiglio di non stiracchiarti e di non ballare la breakdance".

(Fabio Bellacicco)

domenica 19 gennaio 2014

Acido Lattico - Il Domenicale #37



  HO VISTO UN POVERO

 


Sono stato sempre povero. In verità fino all'età di sei anni mio padre se la passava bene con la sua fabbrica di scarpe, poi è saltato tutto, abbiamo dovuto vendere lui la fabbrica e io i miei giocattoli. Adesso si sente dire che ci sono i nuovi poveri. Ma che cazzo! Io sono un povero di vecchia generazione, me ne fotto. E da povero vi dirò cosa penso dei miei 'colleghi'. 

Il problema con i poveri è che rompono sempre e comunque il cazzo. Infatti, le sue opzioni sono: rubare a quello che non ha, chiedere con una certa lagna a qualcuno che ha più di lui o - e adesso va per la maggiore - rubare un lavoro che qualcun'altro sta già facendo, per metà della paga. Mi sono chiesto ma perché la povertà è, e rimarrà per sempre, una piaga su questo mondo? Per il semplice fatto che il desiderio del povero di oggi è quello di diventare un ricco del cazzo. Vuole diventare esattamente come chi lo sfrutta. Per diventarlo dovrà anch'egli sfruttare le altre persone, creando nuova povertà. 

La società è un fottuto materasso ad acqua, se premi un'estremità ne farai alzare un'altra. Se un tempo l'operaio voleva fare il culo al padrone per migliorare la propria esistenza, ora lo stesso operaio vuole diventare un padrone per fare il culo ad altri operai. Non lamentiamoci dei ricchi, non sono loro il problema. Siamo noi poveri il vero cruccio di questo sistema. Il povero odia la sua vita, e la cosa è reciproca, ecco perché hanno quell'alito di morte già a quarant'anni. Quando un gruppo di poveri vede un altro gruppo di pezzenti disperati su di un barcone pensa: "Cazzo, questi vogliono fottermi quel poco che ho". Il povero è ostinato, non vuole godersi quel poco che ha. E' colpa sua, non ha scuse, prende, parte, vaga. Se ne va per mari e monti per cercare chi? Uno con la pelle più chiara di lui. Il povero dalla pelle scura cerca il bianco stronzo e povero come lui. Mentre il povero bianco stronzo, cerca di sembrare un po' meno povero e rilassato scurendosi la pelle con qualche ora di tintarella. Il risultato è quello d'avere un branco di poveri quasi tutti identici fra loro. E i poveri peccano anche di originalità, vorrebbero una vita migliore. Ehi, chi non la vorrebbe! Chiedi a quello con l'utilitaria, digli se la sua auto lo soddisfa. E' incredibile, ma tutti abbiamo le stesse ambizioni. La redistribuzione della ricchezza è una balla. L'unica condizione da rifuggire è solamente quella del povero, chi lo è non vorrebbe più esserlo, mentre il ricco cercherà in ogni modo di non diventarlo. 

Non c'è da ridistribuire un bel niente. E’ tutto in questo mondo. E come dice un vecchio detto: “I soldi sono come i dolori, chi li ha se li tiene".

 (Sergio Marinelli)

domenica 12 gennaio 2014

Acido Lattico - Il Domenicale #36

  

GLI ELETTRODOMESTICI DI UNA VOLTA




L’altro giorno si è rotto il lettore dvd. Ho provato a farlo andare più che potevo ma ha smesso di leggere anche gli mp3 e quando non posso più ascoltare musica non va bene perché divento come George Best quando era sobrio: triste e nostalgico. Preso dallo sconforto, mio malgrado, esco per acquistarne uno nuovo. Arrivato nello store tecnologico noto subito che non ci sono lettori con la presa scart, allora chiedo al commesso che mi spiega che ormai sono fuori produzione, illustrandomi la megafigata del blu-ray, del blutooth e dell’USB 3.0. Gli spiego che la mia TV è una vecchia Sony Trinitron a tubo catodico che dopo tanti anni fa ancora più che bene il suo sporco lavoro. È talmente vecchia che ogni giovedì alle 21:15 trasmette il Rischiatutto, su tutti i canali. Mi dispiacerebbe molto doverla cambiare. Il commesso a questo punto sfodera l’asso e mi propone l’acquisto di uno dei nuovi modelli di lettoridvdblurayblutoothusbfornoamicroondemacchinafotografica3.0 a cui collegare un adattatore con in uscita una scart. “Funzionerà benissimo” mi assicura. Ok, mi prendo un po di tempo e ci penso. Mentre vado a casa mi ritorna in mente quando negli anni 80 si aggiustavano gli elettrodomestici a pugni, così come ci aveva insegnato Fonzie. Rotto per rotto, quindi, decido di fare un ultimo tentativo, prendo il lettore e, prima di tutto, lo apro e lo spolvero con il phon. Fatto questo provo ad inserire un DVD: “disc not found”. Ok, non demordo. Un’altra passata di phon in alcuni punti strategici, una scatarrata con asciugatura attuata tramite la mia t-shirt sul laser e due pugni ben assestati sempre in zona. Rimetto la copertura fissandola con le viti e ricollego alla TV: funziona. ♫♫♫♫ Sunday monday Happy Days ♫♫♫. 

(Fabio Corigliano)

domenica 22 dicembre 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #35

LO DICEVO CHE LE UOVA ERANO SCADUTE



La sfortuna dei giovani d'oggi è che se capita loro una tragedia, non finiscono per inventarsi un genere letterario come Edgar Allan Poe, ma al massimo una trasmissione di Salvo Sottile. 
Ho comprato un cappello da baseball, di quelli con la visiera che tanto andavano di moda negli anni '90, in realtà non mi piacciono i copricapo però avevo bisogno di qualcosa per proteggere i miei pensieri dalle radiazioni cosmiche di fondo. Non è vero, è solo che mi serve per evitare gli sguardi dei signori che vogliono il mio posto quando salgono sul tram. Una volta bastava sfogliare vistosamente una rivista porno, adesso sono così abituati ai programmi televisivi che ti chiedono innanzitutto se hai una di quelle riviste. 
Un tempo le gente riusciva a portare la gobba con più classe, senza accorgersi che sognare la donna amata da una soffitta buia li avrebbe accostati un giorno a Federico Moccia. 
Il monotono ronzio del compressore del frigorifero ha sempre avuto un suono rilassante per i miei gusti, così ho pensato di spostarlo in camera da letto. Ma mi sono addormentato nel corridoio. Ho scoperto di avere tanta paura della vecchiaia, non perché sarò egoista, ripetitivo, affaticato e non potrò uscire a passeggio per godermi la vita, ma perché potrei non esserlo abbastanza. 
Questa mattina un passante stava leggendo un bellissimo libro di Dostoevskij e ho pensato che da grande vorrei riuscirci anch'io. A leggere un libro bellissimo. Devo smetterla di avere pochissima fiducia e stima del prossimo, sempre che non sia lo stesso che è passato prima. E pensare che se solo fossi vissuto nel 1800 adesso non avrei potuto pensare questa cosa.

(Fabio Bellacicco)

domenica 15 dicembre 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #34

 MEDIO ORIENTE - ARAFAT MI FA UNA PIPPA



Il conflitto arabo-israeliano è uno dei problemi apparentemente irrisolvibili dell'ultimo secolo, subito dopo le pubblicità di Panariello e Incontrada. Si sono susseguiti governi, leader carismatici, fazioni politiche ma mai nessuno è riuscito a trovare un accordo definitivo che avesse tra le clausole la cittadinanza onoraria per Saviano. La segregazione di un popolo, il continuo tentativo di rappresaglia del popolo sottomesso, le rivendicazioni degli attentati e le operazioni di sterminio militare si ripetono quasi ciclicamente:"Caro passa dal supermercato a comprare gli assorbenti, mi sono arrivate le cose. Ah e ricordati di lanciare due razzi su Tel Aviv". Che a trattare fosse Arafat, l'Olp, Netanyahu, Sharon, Hamas, Abu Mazen, Clinton o Razzi nulla cambiava: 10 morti israeliani, 300 palestinesi (se le cifre restano così basse, difficilmente faranno fuori il popolo arabo in meno di 1000 anni).

Eppure la soluzione è semplicissima: basterebbe affidare un programma televisivo pomeridiano a Barbara D'Urso e il gioco sarebbe fatto. Ogni giorno 2 ore di interviste ai familiari delle vittime palestinesi e ai vicini di casa dei soldati israeliani, con facce tristi alla bisogna, espressioni tremanti, sguardi umidi e domande imbarazzanti. Tutto condito da interventi di opinionisti affermati del calibro di 'quello' del Grande Fratello o Selvaggia Lucarelli o Cecchi Paone. Nel giro di un mese Hamas non ne potrebbe più delle comparsate in tv, Netanyahu ne avrebbe le palle piene dei primi piani del regista ed entrambi i popoli, finalmente, si unirebbero felici e contenti nel massacro dello studio televisivo.
L'indomani mattina gli israeliani isserebbero la bandiera dello Stato di Palestina, i guerriglieri di Hamas bacerebbero la Sacra Bibbia davanti al Muro del pianto, i bambini la smetterebbero di fare gli scudi umani e tornerebbero ad apprezzare i Teletubbies e le donne... no vabbè le donne continuerebbero a portare il burqa.

Restiamo umani. Ma non con la D'Urso.

(Fabio Bellacicco)

domenica 8 dicembre 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #33

 
  RIVELAZIONI




Nell´incubo, mi sveglio, mi guardo allo specchio e scopro che sono strabico.
Cerco freneticamente in tasca, per vedere la mia foto sui documenti, per vedere se sono realmente cosí.
Trovo un passaporto e scopro…sono RUMENO!
Non puó essere, dio boia!
Mi siedo inconsolabile sulla sedia. Ma non é possibile!!!
E´una sedia a rotelle, che vuol dire che oltre ad essere strabico e rumeno, sono anche handicappato.
-”Amoreeeeeeee”, grida una voce dietro di me. E´il mio fidanzato…Cazzo! Sono anche finocchio!
-”Sei tu che hai preso la mia siringa?”
Oh mio Dio! Strabico, rumeno, handicappato, finocchio, drogato e forse sieropositivo!
Disperato, comincio a gridare, a piangere, a strapparmi i capelli e… Nooo!!! Sono calvo!
Suona il telefono. E´mio fratello che dice: -”Da quando la mamma e il papá sono morti, non fai altro che riempirti di droga, vagabondando tutto il giorno! Cerca un impiego, trovati un lavoro!”
Merda, scopro che sono anche disoccupato!!!
Cerco di spiegare a mio fratello che é difficile trovar lavoro quando si é strabico, rumeno, handicappato, finocchio, drogato, forse sieropositivo, calvo e orfano, ma non ci riesco perché…
Perché sono balbuziente!!!
Intorpidito, riattacco il telefono, con l´unica mano che ho, e con le lacrime agli occhi, vado fino alla finestra per vedere il paesaggio…
Migliaia di roulottes e baracche tutto intorno…
Sento una pugnalata nel pacemaker: oltre a strabico, rumeno, handicappato, finocchio, drogato, forse sieropositivo, calvo, monco e cardiopatico, sono anche zingaro…
Comincio a sentire i brividi e mi dirigo al guardaroba per prendere un maglione, e con grande sorpresa, quando apro il cassetto trovo la maglia dell´ INTER!!
Entro in shock, oltre a strabico, rumeno, handicappato, finocchio, drogato, forse sieropositivo, calvo, monco, cardiopatico e zingaro, sono interista!
In questo momento, torna il mio fidanzato e dice: -”Amoreeee, andiamo, sennò arriviamo tardi alle primarie”. Porca troia!!! Svengo!

Tradotta e riarrangiata.

(Massimiliano Zuntini)

domenica 1 dicembre 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #32



 L'OMEOPATIA SPIEGATA AGLI IDIOTI





- Dottore, ho mal di testa.
- Beva un bicchiere d'acqua.

- Dottore, ho mal di pancia.
- Beva un bicchiere d'acqua.

- Dottore, ho la febbre.
- Beva un bicchiere d'acqua.

- Dottore, sono caduto e mi sono slogato una caviglia.
- Beva un bicchiere d'acqua.

- Dottore, la notte non prendo sonno, dormo sempre molto poco e al risveglio sono nervoso.
- Beva un bicchiere d'acqua.

- Dottore, mi è stato riscontrato un cancro.
- Beva tanta acqua, tantissima acqua.



- Dottore, mio marito è venuto da lei per curarsi un cancro ed è morto tra indicibili sofferenze. Alcuni medici ci hanno garantito che il suo cancro fosse curabile, lei è un farabutto!!!
- Signora, beva un po' d'acqua e non ci pensi più. 


(Cladio Favara)

domenica 24 novembre 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #31



FIOCCANO LUTTI



Questi fiocchi neri stanno diventando sempre più elaborati. Mi chiedo se ci sia qualcuno che si fa' pagare per realizzarli, tipo una specie di onoranze funebri per social network.

"Mi dispiace per il suo lutto signore"
"Eh?Io non ho subito nessun lutto, sono qui per i morti alluvionati"
"Certo signore, era quello che intendevo"
"Ah, ok"
"Offriamo numerosi tipi di servizio, dai fiocchi alle frasi elaborate, fino ad arrivare alle immagini toccanti con frase ad effetto"
"Prendo soltanto il fiocco, ne ho visto uno da un mio amico che mi piace"

-Uomo apparentemente in lutto ha cambiato la sua foto profilo-

"Cos'è quella?"
"Non hai sentito cos'è successo? Sono morte un sacco di persone per via dell'alluvione"
"Sì certo, ma quello è il fiocco per per i minatori morti nel 1904"
"Ma che cazzo me ne frega dei minatori morti nel 1904, io volevo quella dei morti alluvionati!!"
"Avranno sbagliato, tieni ti presto la mia"
"Grazie"

-Uomo apparentemente in lutto ufficialmente ha cambiato la sua foto profilo-

(Mattia Uccheddu)

domenica 17 novembre 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #30


 NEGAZIONISMO


"Disse in classe: «La Shoah non è provata». Assolto il professore negazionista"

Non so voi ma io avrei pagato per avere un professore negazionista.

- Bene oggi interroghiamo... Pica.
"Cazzo" penso.
- Arrivo prof.
- Ok, vediamo un po', parlami della Battaglia di Solferino.
- Sì, ok, be', vediamo, mi faccia pensare. La Battaglia di Solferino non è mai stata combattuta.
- Va bene, allora parlami della Breccia di Porta Pia.
- Mai esistito nulla di simile, fu solo una semplice passeggiata fuori porta.
- Allora ultima domanda, Prima Guerra Mondiale?
- Mai sentito parlare.
- Ok, a posto. 10 e lode.

(Manuel Pica)

domenica 10 novembre 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #29

 
 GIOCA JOUER


 
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A parte allunga, l'avreste mai detto che esistessero così tanti verbi in grado di rompervi il cazzo nelle mail? 
 
(Mattia Uccheddu)

domenica 27 ottobre 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #28



Di quando sono stato censurato dal Late Show di Letterman 

 
Ci si lamenta spesso che in Italia, nel campo della satira, la censura domini. O meglio, a onor del vero da un po' di anni non ci si lamenta più, perché è stato censurato tutto il possibile. Ma non crediate che Oltreoceano le cose vadano meglio. Ho deciso di raccontarvi qui la brutta avventura che è capitata a me. Sono ancora un po' lesso: sono rientrato da poco dagli States e forse è il jet lag che parla, ma ho deciso di non tenere "la bocca chiusa", come mi è stato caldamente "consigliato".
Voglio restare sveglio e farvi sapere quello che quello che mi è successo, perché lo trovo semplicemente... semplicemente anacronistico.
Non saprei come altro definirlo. Una cosa anacronistica.

Da quando mi ricordo, sono un grande fan del Late Show di Letterman. Adoro quel programma. Va su Rai5, capite. E potete immaginare quale sia stata la mia gioia quando, esattamente alle 2.15 di una notte qualunque, ho risposto a una imprevedibile chiamata del mio agente. "Ste, ti vogliono al Letterman Show" "Che cazzo mi chiami a quest'ora?", gli dico io imbufalito, "E' per farti abituare all'ora della West Coast: ti vogliono al Late Show capisci? Andrai all'Ed Sullivan Theatre, si parte domani!". Ora, non so dirvi esattamente cosa gli ho risposto, un po' perché l'emozione era troppo forte e un po' perché gli ho chiuso immediatamente il telefono in faccia. "Cosa cazzo si è fumato - ho pensato riaddormentandomi - New York è sulla East Coast".

E potrete immaginare anche la mia meraviglia e la mia eccitazione quando, in mattinata, parlavo direttamente con Mary Connelly, segment producer dello show. Mi volevano nel programma. Io ero al settimo cielo, e ho avvisato tutti che sarei stato ospite di Letterman. Volo negli Stati Uniti dalla mia piccola città. Arrivo all'Ed Sullivan, il camerino è più grande di casa mia. Ho il pezzo in mente, l'ho già fatto tante volte - certo in posti nemmeno vagamente paragonabili a questo - ma, insomma, mi sento all'altezza. Sono preparato. Dave mi chiama in scena, la sua solita introduzione arguta, il pubblico rumoreggia quando fa il mio nome, tocca a me. Lascio le quinte, è il mio momento.
Il mio pezzo è quello collaudato, riporto qui alcune battute:

"Avete letto di quella donna di Birmingham che beve urina da 20 anni? «È il mio segreto per restare giovane e sana». Avete capito? È questo il suo segreto: farsi pisciare in bocca. (pausa, risate) Non so voi, ma io mi tengo le rughe. (risate) No ma per qualcuna potrebbe essere un'alternativa ai ritocchini estetici. Signora là in fondo, venga qui che le faccio un lifting completo. Mi scolo tre birre e sono da lei (risate) Ma non pensate che sia una cosa tanto da pervertiti. Guardate che c'è gente che lo fa spessissimo. Si pisciano in bocca a vicenda. A letto per alcuni è eccitante. C'è un mio amico che non conosce altro modo, per mandare giù il Viagra (risate, applauso) Gli va giù liscio solo col piscio della sua donna, davvero... "Amore, stai pensando a me, mentre pisci, vero?" ... (risate) Vi ripeto, la cosa non fa tanto schifo. Se ci pensate, è sempre meglio SCEGLIERE di pisciarsi in bocca reciprocamente facendo sesso che... sapete di cosa parlo, vero ragazze? Non controllare la pipì: non vi succede solo quando avete paura, no? E uno si vede arrivare uno tsunami di urina in bocca in quei momenti, quando non te lo aspetti: siete lì che la leccate, e lei parte a spruzzo (risate soffocate) a me fa schifo, anche se so che è una cosa naturale, marcare il proprio uomo con l'urina (risate)"

Tutto così, variazioni sull'urina, poi passo alle feci e infine chiudo sullo squirting del mestruo. Finisco il mio numero e Letterman manda la réclame. Durante la pubblicità mi chiede come vanno le cose. Io dico "Bene, sto lavorando a un paio di album in questi giorni". Lui mi chiede se sono dimagrito. Io gli rispondo "Sì, bevo molto succo d'uva". Torniamo in studio, David mi saluta e esco. Dietro, ancora con il batticuore, mi si fanno incontro Melissa e Robert Morton, il produttore dello show. Entrambi sorridono e mi dicono: "Bella scena!". Chiedo loro come pensavano fosse andata. Mi dicono: "Benissimo! Non hai sentito la reazione del pubblico?". Sono contento, e me ne torno in albergo. Mi sentivo davvero bene. Tutta la tensione del giorno si è sciolta. Avevo fatto lo show. Era andata bene. La pressione se n'era andata. Potevo finalmente rilassarmi.

Due giorni dopo, mi arriva una telefonata. Era Robert Morton, il produttore del Letterman Show “Stef, ho delle brutte notizie... dobbiamo tagliare il tuo pezzo dallo show di stasera”. Mi sono seduto sul letto, shockato. “Non capisco, Robert. Qual è il problema? Pensavo che lo show fosse andato benissimo”. Morton rispose “Infatti... ma ... E' solo... insomma la Standard & Practise della CBS ha ritenuto che parte del materiale era inadeguato alla trasmissione”. Mi sono grattato la testa , confuso. “Ah, quale parte esattamente hanno trovato...inadatta?” ”Beh” rispose Morty “quasi tutto. Insomma Stef, il pezzo faceva cagare. Era brutto, non faceva ridere. Era un disastro, una roba da dilettante: faceva cagarissimo. Sarebbe stato meglio, per il pubblico, tagliarsi i polsi con un'accetta, fidati. Credimi, ho lottato con le unghie e con i denti ma come comico fai veramente schifo. David è furioso. Siamo tutti sconvolti qui, sappiamo quanto hai lavorato sodo per questa scena. Cosa posso dire? Forse abbiamo sbagliato a chiamarti. Credo ci sia stato un errore di persona, forse abbiamo letto male l'appunto, cose che capitano”.

Stavo facendo del mio meglio per digerire tutto questo. La tensione stava strisciando di nuovo nel mio corpo e nella mia mente. “Ma Bob... sono solo delle battute...” “Lo so, lo so... facevano cagare però. Erano delle brutte battute. Uno in sala si è cavato gli occhi, una donna incinta ha abortito. Insomma, non ho mai visto una cosa del genere Stef. Sei stato una piaga d'Egitto”. “Ma quali? Voglio dire, ho visto questa scena al fianco della mia mamma sessantatreenne nella sua veranda a Little Rock, Arkansas e lei non ha avuto nessun problema con il materiale”. “Ste che posso dire? E' tua madre, ti ha scodellato dalla vagina. Ride dal giorno in cui non ti deve più portare nelle viscere, dài”. “Be' ragazzi... provo e scrivo il miglior materiale possibile per voi ragazzi... siete l'unico show che faccio perché sono un grande fan, e penso che siate il miglior talk show in onda. E questo è il modo in cui mi trattate?” “Stef, questo è semplicemente il modo in cui vanno le cose a volte, mi dispiace, OK?” “Beh, anche a me dispiace, Bob. Ora devo richiamare i miei e dirgli di non aspettarmi svegli...devo chiamare i miei amici...” “Lo so. Questo riguarda tutti noi...” “ Eh dovete fare quel che dovete fare... OK”. Poi abbiamo riattaccato.

Da quando Elvis era stato censurato dalla vita in giù, nessun intrattenitore, nessun comico, che si fosse esibito su quello stesso palco, era stato censurato, a parte Bill Hicks, e ora dal collo in su, nel 2013, capitava a me. In America. Solo per aver fatto delle battute che fanno cagare.
Ho visto mia madre e i miei amici e detto loro le novità. All'inizio non mi credevano, ma il mio stato emotivo e il fatto che continuassi a ripetere “Sono solo battute... battute che fanno cagare. Sono solo battute, fanno solo cagare - ero in loop - io non capisco...” alla fine le ha convinte che era vero. Mi sono seduto con mamma e ho inveito per un po'. Lei aveva le lacrime agli occhi. Penso di averle avute anch'io. “Di cos'hanno paura? Di qualche battuta che fa cagare?” ho gridato, e “Cavolo, come si può censurare un comico solo perché ha fatto delle battute che facevano schifo. Cristo, siamo nel 2013!”.

Ora sto riflettendo su come gestire la situazione. Ero persuaso che non sarebbe stato carino dar sfogo ai miei pensieri finché non avessi ricevuto la cassetta dello show e visto la scena, la mia performance, e la reazione del pubblico. Ma, nonostante l'avessi chiesta diverse volte, la cassetta non è mai arrivata. Ho chiamato Morton. Lui ha detto “Um... non so se siamo legalmente autorizzati a spedire la registrazione di uno spezzone del programma che non è andato in onda...” Hmm...pensavo che gli fosse proprio sfuggito di mente. Ho detto “Robert, la voglio solo per i miei archivi, e i miei genitori vorrebbero vederla.” Morty disse “OK...proverò. Vedrò cosa posso fare. Ti farò avere la cassetta. Stai bene, Ste? Per vivere non devi fare il comico, vero? Altrimenti ti mando qualche spicciolo” “Sì” ho detto “sto bene. Solo non vedo l'ora di vedere la mia esibizione, e avere i tuoi spiccioli”. Al che Morty rispose “Capisco, ti farò avere la cassetta” Ho detto “Grandioso!” e abbiamo riattaccato. La cassetta, ripeto, non è mai arrivata. E delle sue monete neanche l'ombra. Qualche giorno fa mi hanno detto che l'hanno bruciata perché il pezzo faceva troppo, ma troppo cagare. Ma forse l'hanno fatto solo per farmi stare buono.

Perciò mi son deciso a scrivere oggi. Perché sono stato censurato dal Letterman Show? Perché le mie battute facevano schifo. Inconcepibile. Forse un po' di apertura mentale, tolleranza, e accettazione potrebbero essere un antidoto a ciò che vi fa stare male, cari i miei produttori televisivi affermati. Provate, e vedete se il vostro peso si alleggerisce un po'. Guardate se la vostra espressione di paura si rilassa un pochino. Perché non usate un po' di quella fede in cui dite di credere così tanto e avete fiducia in Dio e nel suo infinito amore incondizionato.

E adesso, l'ironia finale. Uno dei “punti caldi” che è stato menzionato e che faceva “cagarissimo, oltre ogni inimmaginabile purga” era la mia battuta sulle donne incontinenti. Il mio brillante amico Andy ha postulato l'ipotesi che in realtà era questo che preoccupava e spaventava di più il network. Sapevo che c'era qualcosa di vero in questa teoria ma mi sono sorpreso lo stesso a guardare il Letterman Show (sono ancora un fan) il lunedì dopo la censura della performance di venerdì, e guarda, hanno mandato una...siete pronti? Pubblicità di pannoloni per donna! La farsa adesso è completa. “Seguite i soldi”.

[si ringrazia Bill Hicks per la lettera che ha ispirato questo racconto] 


(Stefano Pisani)

domenica 13 ottobre 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #27



 VELINE



Cominciava a far buio.
Marco strinse il telecomando fra le mani, e scrutò l’uomo nello schermo. Normalmente non avrebbe perso tempo a guardare certe porcherie in tv, ma quella sera, a quanto pareva, avrebbe fatto un’eccezione.
“Chiamiamo sul palco l’aspirante velina numero 5” disse Ezio Greggio, e tutto il pubblico fece un applauso. Marco continuava a guardare lo schermo, freddo, impassibile, immobile.
Era strano. Era come se avesse la testa da un’altra parte e, allo stesso tempo, come se stesse studiando attentamente l’uomo in tv, che al momento era occupato a parlare con una ragazza alta circa un metro e ottanta con i tacchi, bionda, carina, con due occhi grandi che davano come l’impressione che dietro non ci fosse traccia di materia grigia.
“Che spettacolo hai preparato per stasera?” chiese il presentatore impaziente.
“Canterò una canzone di Francesco De Gregori” rispose l’aspirante velina numero 5.
“Benissimo” fece Ezio Greggio, “e quale ci canti? La mia preferita è Alice guarda i gatti e i gatti guardano le alici”. Il pubblico rise. Anche la concorrente rise, e si finse imbarazzata.
Dopo l’esibizione canora della concorrente numero 5, Ezio Greggio presentò Penelope Cruz, e salì sul palco un uomo sulla sessantina con un vestito rosso e una parrucca. Tra il pubblico si sentirono grasse risate. La ragazza bionda e alta guardava Penelope Cruz con un sorriso compassionevole.
“E lei sarebbe Penelope Cruz?” chiese Ezio Greggio con fare divertito, e il vecchietto rispose: “Seguro!”
Tutti risero, e a quel punto Penelope Cruz lasciò il palco salutando il pubblico.
Marco era sempre lì, spaparanzato sul suo divano, con solo la testa e le spalle appoggiati allo schienale, e col telecomando stretto in una mano, come un bambino che guarda un film dell’orrore e si tiene pronto per cambiare canale nelle scene più spaventose.
Davanti al divano c’era un piccolo tavolino, sopra il quale c’erano una birra e un pacco di patatine già aperto. Marco si chinò verso il tavolinetto, prese due patatine e si mise a sgranocchiarle, senza distogliere lo sguardo dal televisore.
Fu allora che Ezio Greggio disse: “Uan, ciu, tri, stacchetto!” e l’aspirante velina bionda si mise a ballare sulle note del tormentone dell’estate, una canzone molto festaiola, estiva, che non a caso faceva da sottofondo musicale anche a una nota pubblicità di gelati. La ragazza bionda ballava in modo molto provocante e, anche se si era finta innocente e timida per tutto il tempo, era chiaro che voleva che tutti guardassero il suo culo.
Per la concorrente numero 6 la scena fu analoga. Poco dopo arrivò il momento di aprire la busta contente il numero della vincitrice.
Ezio Greggio la aprì e guardò il numero curandosi di non farlo vedere alla telecamera.
“La vincitrice è la concorrente numero…” passarono circa tre minuti. “La concorrente numero 7!”
Ci fu un attimo di silenzio, poi il pubblico rise perché la concorrente numero 7 non esisteva. Risero anche le sei aspiranti veline.
“La vincitrice è la concorrente numero…” ripeté Ezio Greggio.
Marco improvvisamente si mise a cercare un qualcosa che probabilmente era incastrato fra i materassi del divano e tirò fuori un cellulare. Fece un numero, e attese solo qualche secondo.
“Pronto?” rispose una ragazza.
“Ciao”.
“Che hai? Stai ancora pensando a quella faccenda di cui parlavi ieri sera?” si affrettò a chiedere la ragazza. Dalla voce si intuiva che non era italiana, probabilmente veniva dall’est. Comunque parlava l’italiano piuttosto bene.
“Sì” rispose Marco, con voce ferma.
“E cos…” provò a dire lei, ma Marco non la lasciò finire. “Dobbiamo farlo. Devi farlo” tagliò corto.
“Non lo so, Marco…” titubò lei. Intanto Ezio Greggio aveva decretato vincitrice l’aspirante velina numero tre. Le misero la corona, e le altre cinque ragazze andarono ad abbracciarla, fingendosi felici per lei.
“Stammi a sentire, Irina. Vuoi diventare famosa o no?” fece Marco alzando la voce, come se avesse già perso la pazienza.
“Sì, sì, è solo che… non in questo modo, ecco” spiegò Irina.
“È il modo più efficace, credimi” ribatté Marco.

Il giorno seguente Irina era irreperibile. Marco provò a chiamarla diverse volte, ma l’unica voce che sentì provenire dal suo cellulare fu quella della signorina della Vodafone, che Marco aveva sempre immaginato come una cicciona bionda dai modi gentili.
Verso le otto di sera, Marco decise di andare a trovare Irina nel suo appartamento. Abitava in un quartiere umile, ma tutto sommato tranquillo, senza troppi criminali.
“Chi è?” chiese Irina quando Marco citofonò.
“Io”.
“Sali”.
Marco salì le scale per due piani e trovò la porta aperta. Entrò e chiuse.
Irina era in cucina, intenta a prepararsi qualcosa per cena. Aveva due occhi che ricordavano il ghiaccio. I capelli erano neri e lisci, unti di olio. Era tutta sudata. Indossava dei pantaloncini apparentemente molto comodi e una canottiera bianca che lasciava intravedere i capezzoli in trasparenza.
C’era un piccolo televisore, posto su un mobile in un angolo. In quel momento davano il telegiornale.
“Che cazzo di caldo che fa qua dentro” disse Marco senza salutare.
“Ci sono i fornelli accesi” spiegò lei.
“Beh, che fine avevi fatto?”
“Ho avuto da fare”.
“Certo” borbottò Marco fra sé, “come no”.
Ci fu qualche minuto di silenzio. Entrambi erano sovrappensiero. Passò, forse, mezz’ora, quando una voce proveniente dalla televisione richiamo la loro attenzione. Si girarono, e guardarono lo schermo senza dire una parola.
“Sono venuta con mia madre” disse la ragazza affianco ad Ezio Greggio, e indicò una signora.
“Ma sembra tua sorella!” esclamò il presentatore, e la donna, palesemente di una certa età, si mise a ridere, lusingata.
Marco e Irina continuavano a guardare lo show, nessuno dei due sembrava intenzionato a parlare. Poi Marco ruppe il silenzio. “Senti, io lo dico per te”.
“Lo so che lo dici per me” ribatté Irina, “lo so! Me l’avrai detto un migliaio di volte. È che non sono sicura. Non so se voglio farlo davvero. Non so se è così che voglio diventare famosa”.
“E io ho sentito mille volte questa risposta!” si spazientii Marco. “Basta, me ne vado”.
Fece per andarsene, poi si fermò. “Saresti perfetta, Cristo. Sarebbe tutto perfetto se tu mi dessi retta. Diventeresti famosa in un attimo, credimi”.
Irina non rispose. Si diresse verso la finestra. Si affacciò, e fisso la strada.
Marco, che si aspettava una risposta, questa volta se ne andò infuriato. “Fa’ come vuoi, sul serio. È la tua vita, perciò fa’ come cazzo vuoi”. Sbatté la porta. Irina poco dopo lo vide sulla strada che camminava a passo svelto, coi pugni stretti.
Irina era turbata. Avrebbe voluto urlare a Marco, dalla sua finestra, un sacco di cose. Decise però di stare zitta. Sapeva che Marco aveva ragione, tutto sommato. In fondo, era quello che voleva anche lei, no?
Marco non riuscì a dormire. Prese sonno solo verso le tre di notte, quando d’un tratto squillò il cellulare. Per un attimo gli parve di sognare, poi capii che il telefono squillava sul serio. Allungò la mano verso il comodino e lo prese.
“Pronto” rispose.
“Voglio farlo” disse Irina.
“Arrivo”.
Marco corse nel piccolo monolocale di Irina. In strada non c’era nessuno. Quando gli aprì la porta si catapultò verso di lei e le infilò la lingua in bocca, e dopo un lungo bacio appassionato le mostrò una bottiglia di spumante scadente che aveva comprato per l’occasione. “Dobbiamo festeggiare” disse, e lo stappò. Irina prese due bicchieri dalla credenza, e Marco ne versò un po’ a tutt’e due.
“Allora” iniziò lui entusiasta, “mettiamoci a lavoro. Vuoi partecipare come bionda o mora?”
“Che importanza ha?” chiese lei.
“Beh… anzi, sai che ti dico? Che importanza ha? Stasera voglio solo festeggiare. Vedrai, la gente guarderà solo te. Si dimenticheranno delle altre cinque correnti. Sarai tu la protagonista”.
“Dici?” chiese Irina sorridendo.
“Sarà la tua serata”.
Si scambiarono un bacio.
“Ma ora non è questo l’importante” fece di nuovo Marco. “Adesso festeggiamo. Vieni qui” la baciò ancora, “scopiamo”.

Sul palco era il momento degli ultimi preparativi. Qualcuno controllava che per l’audio fosse tutto a posto, qualcuno provava le luci. C’era già un sacco di gente.
In mezzo a tutta quella confusione, Marco cercava di incoraggiare Irina. “Sarai fantastica, sarà tutto perfetto, vedrai. Come ti senti?”
“Benissimo. Come ti sembro?”
“Sei bellissima”.
Irina sorrise. Aveva i tacchi alti, e indossava una camicetta scollata e un paio di short. Tutto d’un tratto si fece cupa.
“Stai tranquilla” la rassicurò Marco. “Andrà tutto bene. Devi fare solo quello che ti ho detto. Quando ti chiederà che cos’hai preparato, tu fai quello che devi fare. Sarà un successo, tutti parleranno di te”.
“Ok” disse lei rincuorata, “sono pronta”.
“Stanno per iniziare, credo. Io vado. Ci vediamo dopo lo show. Forza e coraggio. Dammi un bacio. Ecco, così. A dopo”.
“A dopo, amore”.
Salì sul palco il Gabibbo, che salutò tutti e presentò Ezio Greggio. Il presentatore non si fece attendere ed esordì con una serie di giochi di parole che fecero sganasciare dalle risate tutti i presenti, a parte Marco.
Irina era la concorrente numero 4. La prima concorrente raccontò una barzelletta, e durante lo stacchetto diede a tutti l’impressione di essere un pezzo di legno. La seconda fece l’imitazione di Berlusconi, e ballò abbastanza bene. La terza aveva le tette grandi, interpretò alcuni dialetti della penisola, e più che ballare si limitò ad agitare le tette.
“Chiamiamo sul palco l’aspirante velina numero 4” annunciò Ezio Greggio, e Irina si presentò a salutando tutti con un’espressione che aveva l’aria di essere un sorriso.
“La concorrente numero 4 si chiama Irina Petrescu. Sei nata in Italia, Irina?”
“No” rispose lei timidamente, “sono nata a Bălți. Sono venuta in Italia cinque anni fa”.
“Oh” fece Ezio Greggio, “e quanti anni hai?”
“Ventitré”.
“Sei venuta qua da sola?” chiese Ezio Greggio come di consueto.
“No, oh…” Irina cercò Marco tra il pubblico, lo trovò quasi subito. “Sono venuto qui col mio fidanzato, Marco”. E lo indicò.
“Benissimo, salutiamo Marco!” si entusiasmò Ezio Greggio. “Complimenti, hai una ragazza bellissima”. Marco sorrise e fece un cenno con la testa come per dire “grazie”. Sembrava seccato.
Seguirono tutte le altre domande che facevano parte della prassi. Mano a mano che passava il tempo, Marco sembrava sempre più impaziente. Tutto solo in mezzo a tutta quella gente.
“Allora, Irina” fece finalmente Ezio Greggio. “Che numero hai preparato per stasera?”
Irina scambiò uno sguardo d’intesa con Marco, poi disse: “È una sorpresa”. Sembrava molto nervosa. Anche Marco lo era.
“Benissimo” disse Ezio Greggio, “allora ti lascio il palco tutto per te”.
“Oh, no” si affrettò a chiarire Irina. “Questo numero richiede anche la tua presenza”.
“Ah, va bene, ma… qui davanti a tutti?” scherzo Ezio Greggio. “C’è anche il tuo fidanzato, dai”. Tutti risero. Questa volta rise anche Marco, sarcasticamente.
“E va bene, facci vedere cos’hai preparato”.
Irina avanzò di due passi verso il pubblico e fece un grosso sorriso a tutti. Sì fermò un attimo a cercare lo sguardo di Marco ancora una volta. Lui la guardò, le fece un sorriso e annuì.
Irina s’infilo la mano negli short e tolse fuori una piccola pistola, che tutti immaginarono fosse un giocattolo. “Sei una poliziotta?” si affrettò a dire Ezio Greggio. Irina non rispose, si girò verso di lui e gli sparò un colpo. Lo colpì in pieno volto, fracassandogli la testa. Frammenti di cervello andarono a colpire i giurati, ed il corpo cadde a terra. In pochi secondi si formò un lago di sangue.
Tutti i presenti fecero per scappare, poi Irina gettò la pistola a terra, facendo capire di aver finito. Si fermarono tutti. Ci furono attimi di silenzio. Silenzio assoluto.
Poi il caos. Tutti urlavano, piangevano, si disperavano. Tutti guardavano Irina. Il corpo senza vita di Ezio Greggio era uno spettacolo raccapricciante al quale nessuno voleva assistere. Solo Marco riusciva a guardarlo. Poi anche lui guardò Irina. Si guardarono. Marco le fece un sorriso; lei ricambiò.
Le altre aspiranti veline erano spaventate, disgustate, disperate. Soprattutto le concorrenti numero 5 e 6. “È terribile” continuavano a dire piangendo, “non ci esibiremo più”.

(Alessandro Cappai)

domenica 6 ottobre 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #26

 
 POLPA




« Ero Nick Belane, l'investigatore più dritto di Los Angeles  »

Bussarono alla porta.
Strano. Nessuno lo faceva più da anni. Nessuno lo faceva alla mia porta almeno.
“Toc. Toc.”
Forse qualcuno ha appeso un cartello fuori con su scritto 'Fottuti Soldi Gratis'.
“Toc toc”
Fui costretto a dire “Avanti!”.
Entrò un tizio piuttosto strano, ma d'altronde chi non lo era lì fuori. Per sicurezza controllai con la mano sinistra se la pistola fosse ancora adagiata nel cassetto della scrivania. Era pur sempre Los Angeles. Era lì, come sempre. La accarezzai dolcemente.
Che erezione ragazzi.
Lo strambo portava un impermeabile. Tutto bagnato. Fuori c'era un caldo che le prostitute la davano per dieci dollari in più del prezzo abituale. Sarebbe bastato questo per mandarlo all'altro mondo.
“Nick Belane?” disse con una certa paura addosso.
“Ce l'hai davanti.”
“L'investigatore Nick Belane?”
“È il tuo giorno fortunato amico, due su due.”
Gocciolava, era ancora grondante d'acqua suppongo. Spero.
“Di cosa si tratta campione?”
“Una strana faccenda.”
“Ci sono nato in una strana faccenda, umida per di più.”
“Bene. Un tizio mi perseguita. Continua a farmi scherzi. Vede come sono conciato? È stato lui, Jamie Scott. Voglio che lei me lo tolga dai piedi.”
“Mi dispiace pulcino, ma non sono mica la maestra.”

Sono Nick Belane. Dritto come solo quel cazzone di Dio sa cosa.

“Dico sul serio! Ho bisogno del suo aiuto!”
“A lei non serve il mio aiuto. Le servirebbe un abbraccio.”
“La prego! Sono nella merda!”
“Lo sa? Dicono che calpestare la merda porti fortuna.”
In vita mia ne ho calpestata e mangiata talmente tanta che sarei dovuto diventare Marilyn Monroe. Invece ero Nick, Nick Belane. Non mi lamentavo.
Il tizio era lì impalato, tremava, non capiva. Cercai di farlo calmare.
“Hai mai visto una persona fortunata puzzare di merda?”
“Forse ho sbagliato, non avrei dovuto rivolgermi a lei.”
“Forse. Già.”
Lo squinternato si girò. Fece qualche passo e arrivò alla porta. La aprì ed uscì. L'ingresso era tutto bagnato.
Mi alzai da lì.
Scolai il bicchiere che avevo lasciato vicino alla finestra. Non so da quanto fosse lì.
Guardai fuori.
Porca bagascia! Chi cazzo erano tutti quelli, dove andavano? Non sapevano che a breve sarebbero morti?
Evidentemente no, erano troppo impegnati a truccarsi l'uccello.
Sembrava che qualcuno avesse premuto il tasto Fast Forward a questa fottutissima vita.
Fino a quando non sarebbe finita la videocassetta.
Poi sarebbe bastato inserirne un'altra.

Tutto scorreva veloce e senza preavviso. Non percepisci tutto quello che succede.

Tutto come in una sbronza.

Tutto troppo per me.

(Manuel Pica)

domenica 29 settembre 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #25


SALA D'ASPETTO


Andare a fare un' ecografia ai testicoli è piuttosto antipatico. Lo è ancora di più se per eseguirla serve avere la vescica piena. E diventa l'inferno se, oltretutto, avete anche la prostatite a rendervi impossibile trattenere l'urina. Ecco, io sono lì, in sala d'attesa, che esercito tutti i miei sforzi fisici e mentali sulla compressione dei muscoli pelvici mentre pisello e testicoli mi vanno in fiamme che, ormai completamente fuori di me, mi convinco dell'esistenza di un qualche processo fisico che permetta di espellere l'urina tramite il sudore. 

Ad interrompere i miei pensieri una vecchietta. E' alla reception, parla sottovoce, ma i suoi singhiozzi strozzati in gola mi colpiscono il cuore: 
"Come sarebbe a dire 10 Euro? Sono sotto la soglia di povertà, prendo duecento euro al mese di pensione". 

Ma la signorina di là dal vetro è impassibile: 
"Signora, sono dieci euro in più per le analisi strumentali. Vale per tutti".

Immediatamente gli altri anziani, che popolano copiosamente le sale d'aspetto degli studi medici - essendo questi il loro habitat naturale -, cominciano a gracchiare alternando esclamazioni volgari ("Questi pezzi di merda al governo"), a ragionamenti più intellettuali ("Me lo puppano"), passando per le ovvietà ("Loro non si aumentano niente"), fino ai classici ("Qui è tutto un magna magna"). Ancora una volta, però, a sovrastare le lamentele è il debole e composto pianto della vecchietta. Un pianto silenzioso, di quelli in cui la faccia non lascia trasparire emozioni, rimane impassibile, ma gli occhi versano lacrime. Gocce di liquido cristallino che certo non fanno venire meno la dignità della povera donna. Liquido trasparente creato da un miscuglio di malinconia, tristezza e rabbia. 

Non reggo alla scena.

Crollo. 

Vado a pisciare. 

(Chiorbaciov)