domenica 18 agosto 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #21




50 SFUMATURE DI GIALLO



Il secondino mi passa la scatola con i miei vestiti. C’è anche la maglia gialla che mi ha regalato Mara, la mia donna: la indossavo quando mi hanno arrestato.

Per me è gialla, ma gli uomini tendono sempre a semplificare. Per Mara infatti è una maglia color senape. Una volta le ho chiesto quante sfumature di giallo conoscesse e mi ha snocciolato una lista infinita di colori per me misteriosi: sabbia, ocra, lime, ambra... A quel punto l’ho interrotta: eravamo su due pianeti diversi, ma m’illudevo che non sarebbe mai stato un problema.

Il giallo è il mio colore preferito. Mi ricorda quando, da bambino, correvo tra i campi di grano illuminati dal sole. Con i miei amici ci nascondevamo in un casolare abbandonato, dal tetto ammiravamo il mare d’oro che s’increspava a ogni colpo di vento. Nel casolare c’era una botola che portava a uno stanzino: in tempo di guerra lo usavano i partigiani per nascondersi dai tedeschi. Io mi ci rifugiavo quando scappavo di casa per sfuggire alle botte di mio padre.

Indosso la maglia gialla e mi sento finalmente libero. Ero dentro per traffico di droga: facevo il corriere per i fratelli Grenci. Mi avevano preso con loro quando ero appena maggiorenne: immigrato dalla Calabria senz'arte nè parte, avevo lasciato la scuola quando avevo capito che volevo tutto subito senza sudare sui libri. I Grenci mi avevano preso in simpatia perchè venivo dalla loro terra, poi mi avevano affidato le consegne perchè con la mia faccia pulita non destavo sospetti. Giravo con uno zainetto pieno di soldi, m’incontravo coi fornitori, valutavo la roba, pagavo e tornavo con decine di sacchetti di coca.

Il giorno che mi presero, i poliziotti avevano seguito i fornitori fino al capannone dove si svolgeva lo scambio. Gli agenti spuntarono fuori all'improvviso prima che avvenisse la consegna e ci intimarono di arrenderci. I trafficanti tirarono fuori un arsenale e scatenarono un inferno di fuoco. Ne approfittai per scappare, raggiunsi l’auto e fuggii veloce.

M’imbattei in un posto di blocco, lo forzai e riuscii a passare, ma danneggiai l’auto. Dopo pochi km mi piantò in asso in una stradina in mezzo ai campi. Corsi attraverso le spighe di grano, come quando ero bambino, e dopo un paio d’ore arrivai a casa di Mara.

Le stavo spiegando l’accaduto, quando i poliziotti fecero irruzione nell’appartamento e mi arrestarono. Le accuse contro di me non erano gravissime: non avevo sparato, nessun agente era morto e i soldi non si trovavano, mancava la prova decisiva che stavo comprando la droga. Me la cavai con pochi anni di carcere.

I Grenci inviarono in carcere i loro emissari: volevano capire se m’ero tenuto i loro soldi, quasi un milione di euro. Io ripetevo sempre che non sapevo dove fossero, che sicuramente i poliziotti s'erano tenuti il bottino.
Gli scagnozzi dei Grenci fecero visita anche a Mara, pensando di trovare il denaro. La massacrarono di botte, mentre lei giurava di non saperne niente. Non so se si erano convinti della mia innocenza, ma negli ultimi anni mi avevano lasciato in pace.

Il punto è che il denaro ce l’ho davvero io. All’inizio non volevo fregare i Grenci. Quando ero fuggito in mezzo ai campi ero riuscito a portarmi dietro lo zainetto. L’auto s’era fermata vicino al casolare dove giocavo da bambino. Ero entrato nello stanzino e avevo lasciato i soldi lì, poi ero corso da Mara. I poliziotti non mi avevano lasciato il tempo di avvertire i Grenci e m’ero ritrovato in galera.

I soldi nascosti mi avevano risparmiato qualche anno di carcere. Poi avevo capito che erano la mia assicurazione sulla vita: se i Grenci li avessero recuperati sarei stato solo un pericolo, chiuso in cella con la tentazione di tradirli. In galera avevano molti amici, potevano farmi fuori quando volevano. Non parlai mai, neanche quando i poliziotti m’interrogarono a manganellate.

Ora sono fuori e mi gioco il tutto per tutto. Il mio piano è rischioso, ma può sistemarmi per il resto della vita. Mi accerto di non essere seguito e vado a recuperare il denaro. Il casolare è la stessa isola di pietra in un mare giallo: paglierino, dorato? Chissenefrega, per me è solo giallo, non ho bisogno di sfumature. Ho un sussulto quando vedo che i soldi sono ancora nello stanzino.

Arrivo da Mara. Abbiamo finto d’esserci lasciati, lei ha iniziato a frequentare un figlio di papà che bazzica il night dove lavora come ballerina. Mi sta aspettando. Spero che abbia quel che le ho chiesto: armi cariche, qualche vestito e un auto per fuggire.

Suono il campanello, quando mi apre ho un tuffo al cuore. É ancora più bella di come l’ho sognata in questi mesi. Poso la borsa coi soldi.
- Dove sono i vestiti? E le pistole?
Si china su una valigia piena di abiti, offrendomi la vista della sua schiena sinuosa. Non capisco più nulla, l’afferro con foga e la bacio come se nelle sue labbra ci fosse l’antidoto per un veleno che mi sta uccidendo. Le armi possono aspettare, in un lampo siamo sul divano e ci strappiamo i vestiti di dosso.

É stata la scopata più bella della mia vita, ora mi godo una sigaretta mentre Mara è in bagno. Sento un rumore sospetto fuori dall’appartamento. Mi affaccio alla finestra, mi sembra di scorgere un’ombra. Corro al bagno.
- Rimani chiusa dentro. Dove sono le pistole?
- In camera, nella scatola color papaia.
Ma che cazzo di colore è il papaia? Vorrei chiedere lumi, ma sento entrare qualcuno. Mi precipito in camera, apro l’armadio e rimango di merda: è pieno di scatole di diversi toni di giallo. La prima è come la mia maglia, senape, la escludo subito. Apro la seconda: borse di Mara. Passo alla terza: lenzuola. Nella quarta intravedo la canna d’una pistola. Non faccio in tempo a cantare vittoria che due braccia mi afferrano e mi scaraventano contro il muro.

Mi rialzo e mi trovo davanti Bruno Grenci che mi punta addosso la sua pistola. Con un ghigno beffardo mi mostra la borsa coi soldi e carica il colpo. Non è come si crede, non vedo scorrermi davanti agli occhi il film della mia vita. Riesco solo a formulare un pensiero di merda: me ne vado da questo mondo infame, ma almeno ho scoperto quale cazzo è il color papaia.

(Andrea Michielotto)

domenica 11 agosto 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #20


GENTE SENZA GRINDCUORE




Quando penso a questo paese l'unica cosa che mi viene in mente, degna di rappresentarlo perfettamente, è Sara Tommasi. E non è assolutamente una frase contro Sara Tommasi, non sono un maschilista sadico, cinico, che infierisce sui problemi altrui. Non saprei neanche come giustificare il parallelo, ma credo che la distruzione di un essere umano, commentata quotidianamente da una folla inferocita e vile che nasconde le proprie opinioni dietro uno schermo, sia perfetto. Sara Tommasi mi sembra la vittima perfetta di una società in cui nessuno è colpevole e quindi tutti lo sono. Il frutto maturo di una società cresciuta tra riviste gossippare e televisioni berlusconiane, che vuole il sangue senza sporcarsi le mani, che vuole la rivoluzione ma commenta sprezzante o razzista quelle che avvengono nei paesi arabi, che non disdegna vittime occasionali alle quali sarebbero meglio riservate delle cure specialistiche che un seguito continuo di sfottò pecorecci.

Sara Tommasi. Di fronte alla malattia, malattia mentale per di più, un uomo un minimo civile si ferma, quali che siano le cause. L'italiano, in media, non sembra farlo. Quella italiana non è una società civile, e somiglia molto di più di quanto non voglia ammettere ad uno di quei paesi arretrati dove lapidano le donne o venerano i meteoriti, che trovano saltuario sfogo nella crudeltà en passant o nella castrazione giuridica, fittizia e agostana, della caricatura fatta male d'un despota.
Un paese destinato ad una crisi economica e civile senza fine, con una classe dirigente criminale e pericolosa soprattutto quando si mostra nelle vesti ipocrite e innocue di un baciapile compromesso, sordido e furbetto come Letta. Strettamente apparentata con il berlusconismo più insidioso, volutamente cieca e sorda allo sfascio del paese, capace di operazioni di marketing bieche sulla pelle dei suoi stessi ministri.

Da cui il paragone con la Tommasi, come l'italia, abbandonata alla sua autodistruzione a reti internet unificate.

In questo intravedo qualcosa sinistro, violento, cupo. Come il sound dei Cripple Bastards. Tutto la filippica di cui sopra era infatti in realtà un'introduzione a "Senza Impronte", eccellente prova del miglior, e più nero, gruppo grind italiano. Che non solo vi consiglio. Verrò proprio a casa vostra a conficcarvi gli auricolari nel cranio se non li ascoltate.
Come promette il titolo, si tratta di un compilation omicida e senza compromessi, un ideale momento di tranquilla riflessione marzulliana sulle nostre ricche e splendide vite interiori, di servi e complici, in un sistema che macina quotidianamente vittime tra indifferenza, allarmismo posticcio a scopi pre-elettrorali, pinguini della vodafone.
Io vi avviso, teneteli d'occhio, convertitevi al crust grind se non l'avete già fatto. Prima che sia troppo tardi. Prima di ripetere qualche jingle studiato con tecnologie linguistiche. Ritrovate un'autentica, bellissima incazzatura.

I Cripple Bastards saranno la soundtrack ideale alla fine del vostro paese, il contrappunto perfetto all'agonia di una società combattuta tra nichilismo e narcisismo, che non sentirete introdotta da Linus nella trasmissione "mindcontrol buonista chiama italia". I Cripple sono impresentabili che flirtano con il male assoluto; non lasciano margini di speranza alla fine del tunnel, non si dilungano in democratici parlottii, in spirargli salvifici. Ridono della redenzione, conoscono e disprezzano l'essere umano tout court. Sanno che la cronaca nera, sovrabbondante e gore, lungi dall'essere eccezione, rivela la natura umana ed è occasione per spietate considerazioni sulla violenza inevitabile con cui il nostro genere, (governo o individuo che sia) risolverà le controversie, alla faccia di qualunque "costituzione più bella del mondo". Il tutto con suoni puliti, studiatissimi, violenti.
L'italia, come recita il loro anthem nazionale in proposito, sì, è una merda.
Si, andrà molto peggio.
Ascoltate "Senza Impronte" dei Cripple Bastards.
E non lasciatene, che il vostro governo vi spia. 


(Matteo Poles)

lunedì 5 agosto 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #19






L'INCIDENTE



È lunedì, e già questo non depone a favore del mio risveglio. Ogni mattina, per 6 giorni la settimana, il giro è sempre lo stesso: prima accompagno mio figlio a scuola, fa le elementari, quando è estate lo accompagniamo a casa di mia suocera; poi accompagno mia moglie a lavoro, lei lavora in un call center, e poi me ne vado nel mio studio a svolgere il mio lavoro di architetto.

Dopo aver lasciato mio figlio da mia suocera, mi sono immesso sulla circonvallazione, oggi voglio cambiare strada, percorrere sempre la stessa mi annoia. Mi accorgo sin da subito che c’è una confusione tremenda. Credo che oggi non arriveremo in orario.

Trascorrono 5 minuti e sono solo con mia moglie in auto, è come se avessi una sconosciuta familiare accanto. Lei inizia a lamentarsi del caldo.

“Ma che caldo che fa oggi, è terribile! Ma perché c’è tutto ‘sto caldo?” dice lei con un tono lamentoso.
“E’ normale, è luglio” rispondo io seccato da quell’osservazione inutile e quella domanda furba.
“E che confusione, ma che fanno tutti? Ma non ne hanno da fare?” continua lei forse per impedirmi di distrarmi lasciandomi andare a mille pensieri che potrebbero portarmi a comprendere ogni enigma del mondo.
“Ci sarà chi va al mare e chi va a lavorare. Questa confusione alle 7:50 del mattino è insolita, specie in una stagione in cui tutti potrebbero dormire di più”.
“Ma perché c’è tutta questa confusione?” ritorna a dirmi lei mitragliandomi di domande una più intelligente dell’altra.
“Non lo so, cosa vuoi che ne sappia? Posso ipotizzare un incidente!”.

La discussione ovviamente non finisce lì. Marisa, mia moglie, mi tartassa di domande, del mio cervello ne fa spremuta, lo rende inutilizzabile per le prossime tre ore almeno, e io al massimo fra mezz’ora devo essere in ufficio e non posso permettermi di dormire sul lavoro o perdo i clienti. Inizia a parlare di nuovi elettrodomestici che servono in casa.
“Ma non vanno bene quelli che abbiamo? Non sarebbe meglio preoccuparci di mettere qualcosa di lato per situazioni di crisi e/o imprevisti?”, commento io innocentemente.
Lei non ci sta.
“Il lavoro della casalinga è il lavoro più stressante e pesante di ogni altro lavoro, lo dicono pure in TV”.
“In TV dicono un sacco di stronzate”.
“E chi pulisce casa? Io!”.
“Anch’io ho pulito un sacco di volte casa, puoi forse negare che non ti dia una mano in tutto? Meriteresti di avere Danilo come marito”; Danilo è un amico nostro che in casa non fa un cazzo a parte bere birra e guardare la TV, soprattutto partite di calcio - salvo poi diventare appassionato e specialista di qualunque pratica sportiva venga trasmessa in TV e che abbia una connotazione mondiale - e a lavoro la fatica non aumenta. I suoi argomenti preferiti sono il calcio, le moto e le macchine. Al di là dei suoi argomenti preferiti, ama anche dare nozioni di tutto anche se è vistosamente carente. I professori lo preferivano impreparato e gli davano 6 piuttosto che sorbirsi le sue puttanate irrazionali. Non so perché ma questo prototipo d’uomo è ben visto da mia moglie e dalle amiche sue.

Se mi lasciasse un po’ ai miei pensieri forse potrei risolvere questo enigma, ma lei non vuole.

“Ma cosa vuoi, io sono stanca, penso a tutto io, sono stressata, non ce la faccio più, io così non posso più andare avanti” dice lei iniziando ad urlare.
“Poi ne parliamo” dico, ma solo nella speranza che si stia un po’ zitta.
“No, tu fai sempre così, ‘poi ne parliamo’ e poi non ne parliamo mai, io ti conosco ormai”. E’ vero, ha ragione, in verità non ne vorrei parlare proprio.
Lei continua, continua, continua e alla fine dico “va bene, compriamo quello che vuoi”. E lei si calma.

Siamo ancora impoltigliati nel traffico e anche io inizio a dare segni di escandescenza. Inizio a strombazzare nella speranza che il suono spinga avanti le macchine. Non funziona.

Mia moglie inizia a criticare questo o quell’amico per aver fatto quella o questa scelta.
“Avrà valutato le sue scelte, spero”; “Saranno problemi suoi”; “Se per lui non è un problema perché dovrebbe esserlo per noi?”. Sono le risposte standard per ogni sua osservazione.

Inizia a commentare criticamente questa o quell’altra passante. Prima per i capelli in disordine, poi perché ha scarpe vecchie e sporche, poi perché le ragazzine di oggi non hanno pudore e vanno in giro mezze nude. Salvo poi rimproverarmi se guardo mezzo secondo in più queste ragazzine mezze nude. Non ha vergogna di fare capire a queste signorine col culo di fuori che io le guardavo e che lei è gelosa. L’unica parte che non fa notare è che è stata lei ad indicarmela, io sarei stato distratto da pensieri ben più importanti, del tipo: minchia poi dovrò parcheggiare, che palle!

Nel frattempo abbiamo fatto un po’ di strada. Si capisce che c’è stato un incidente. Mia moglie continua a vomitare parole, non la reggo più. La prossima volta vorrò essere io la vittima di un incidente. Toglietemela di torno, ve ne prego, vi pagherò gli alimenti a vita!

“Ma cosa fanno tutti… guarda, guarda, hai visto?”
“Cosa?”
“Tutti rallentano, si fermano, guardano e poi dopo, molto dopo, vanno via! Suona! Digli qualcosa, perché stai lì zitto, non vedi che ore sono?”.
“Tu monti alle 9:00, sono io che avevo appuntamento alle 8:45, che ti incazzi a fare? Se io sono tranquillo…”
“E poi che gli dici al cliente?”
“Che c’è stato un incidente. Una volta nella vita tutti abbiamo tardato a causa di un incidente, sono sicuro che capirà”. Iniziavo a pensare che avrei fatto una chiamata al signor Frangetti appena mia moglie fosse scesa dalla macchina.

Si continua a camminare, nel frattempo sono passati 25 minuti. Mia moglie ha protestato e urlato contro di me per ogni singola persona che ha rallentato, si è fermata, ha guardato le macchine incidentate, ha fatto le sue considerazioni, ha espresso i suoi giudizi ed è partito via.

Finalmente è il nostro turno, da adesso la strada torna ad essere scorrevole. C’è un’ambulanza e una pattuglia dei Carabinieri, due macchine fracassate. Per me può andare. Metto la seconda, marciavamo già pianissimo.

“Fermo!” mi urla mia moglie.
Mi fermo spaventato.
“Guarda qua che c’è, cosa dei pazzi. Quello doveva essere contromano, per forza, guarda che faccia da delinquente che ha, sembra drogato”.
“Va beh, è tardi!”
“No! Fermo. Guarda come si sono ridotte le macchine. Pazzesco. Menomale che non si sono fatti niente”.
“Tu che ne sai? Magari a qualcun altro se lo sono già portati via”.
“Ma se l’ambulanza è qua”.
“Mica ce n’è una sola. Posso andare?”
“Sì, sì, vai”. 


(Claudio Favara)

domenica 28 luglio 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #18



IL DOMINIO




- Allora, avvocato, questo è il preventivo. Abbiamo: registrazione del dominio avvocatoerminiomanfredi.it, analisi degli obiettivi, struttura del sito web, grafica e design, funzionalità, posizionamento nei motori di ricerca, 5 caselle di posta elettronica, antivirus e antispam. Il totale è 2.600 euro.

- Ottimo lavoro. Certo il dominio è piuttosto brutto. Non potrei avere solo nome e cognome senza avvocato?

- È già occupato.

- Da chi?

- Erminio Manfredi.

- Ho capito, ma chi è?

- Un allevatore di api. L'ho contattato: non intende cedere il dominio.

- Quindi non c'è niente da fare?

- No.

- Ho capito.

- A meno che...

- A meno che?

- A meno che il signor Manfredi non abbia, diciamo così, un incidente.

- Cosa intende?

- Su, avvocato, ci siamo capiti.

- Si spieghi meglio.

- Se facciamo fuori l'apicoltore il dominio è suo.

- Ma sta scherzando?

- …

- …

- Sì, sto scherzando!

- Ahahahah!

- Ahahahah!

- …

- …

- Quanto costa?

- Cosa?

- L'incidente dell'apicoltore.

- Mi passa la penna?

- Sì.

- Ecco la cifra.

- Mh.

- Le sto facendo un buon prezzo.

- Rischi?

- Nessuno. Facciamo un lavoro pulito. Nessun legame con lei, nessun movente. Anche questa volta nessuno penserà alla RD, come la chiamiamo noi.

- Cos'è la RD?

- Ripulitura Dominio.

- Cioè?

- Cioè eliminiamo il possessore di un dominio su commissione. Lei non ha idea di quante persone vengono ammazzate ogni anno per liberare un dominio.

- Ma dice sul serio?

- La maggior parte degli omicidi insoluti, quelli di cui si parla nelle cronache, sono RD.

- Per esempio?

- Mi passa la penna?

- Sì.

- Per esempio lui.

- No!

- E lei.

- Pure!

- Sì, ce ne siamo occupati noi. Tutti che parlano di femminicidio, invece è un dominicidio! Ahahah!

- Ahahah!

- Ok, avvocato, allora siamo d'accordo?

- D'accordo.

***

- Avvocato, come sta? Ha letto la cronaca?

- Ho letto, si accomodi pure.

- Abbiamo fatto un lavoro pulito.

- Ha sofferto?

- Be', essere punti da seimila api non è proprio morire nel sonno.

- Già.

- E così lei ha il suo dominio erminiomanfredi.it.

- Ermigno.

- Erminiomanfredi.it.

- No, Ermigno con gn.

- Come con gn?

- Mi chiamo Ermigno Manfredi.

- Che cazzo di nome è Ermigno?

- Era il nome di mio nonno.

- E adesso?

- Non lo so, è lei l'esperto.

- Ho ammazzato un apicoltore del cazzo per avere quel dominio.

- Sono i rischi del mestiere. Mi scusi, può ripetere quello che ha detto?

- Cosa?

- L'ultima frase.

- Ho ammazzato un apicoltore del cazzo per avere quel dominio?

- Grazie. È per la registrazione.

- Quale registrazione?

[RWNDRWNDRWNDRWNDRWND]

...Ho ammazzato un apicoltore del cazzo per avere quel dominio...

- Merda.

- Vuole riascoltare?

- Sì.

[RWNDRWNDRWNDRWNDRWND]

...Ho ammazzato un apicoltore del cazzo per avere quel dominio...

- Non posso crederci!

- Eh, lo so.

- Qualcuno usa ancora registratori a cassetta.

- Era di mio nonno.

- Cosa vuole, avvocato?

- Non sono avvocato.

- No?

- E non mi chiamo Erminio Manfredi.

- Ah.

- Mi chiamo Sebastiano Faggi.

- Come me.

- Esatto. Voglio il suo dominio sebastianofaggi.it, gli do la caccia da anni. Altrimenti questa registrazione finisce alla Polizia.

- Ma io in realtà mi chiamo Ettore Mandrucchi.

- La smetta.

- Ok.

- Allora?

- Ho bisogno di prendere un po' d'aria.

- Andiamo in balcone. Vuole bere qualcosa?

- Un Bourbon, grazie.

- Beva.

- Avvocato, lei mi ha incastrato per bene.

- Non sono avvocato.

- Non posso fare altro che cederle il dominio.

- Immagino di sì.

- Cosa si prova ad avere il dominio?

- Lei ce l'aveva prima di me, non si ricorda?

- Sì. Mi dava sicurezza. Si sta preparando un bel temporale, guardi che nuvola nera.

- Non è una nuvola.

- È vero, fluttua. Che cos'è?

- Non lo so. Ma qualunque cosa sia si sta muovendo velocemente verso di noi.

- Lo sente anche lei questo ronzio, avvocato?

- Non sono avvocato.


(Eddie Settembrini)

domenica 21 luglio 2013

Acido Lattico - Il Domenicale #17


 RISPOSTE


Ho sempre pensato che la vita è qualcosa che devi prendere al volo. Così come le occasioni, gli amori, i successi, i frisbee. Se non salti ed afferri tutto ciò che di buono può accadere continui a sopportare un’intera esistenza di fallimenti e rimpianti. E poi ti accorgi che attorno a te il mondo è pieno di queste persone: tristi, deluse, che rinnegano il passato e costringono il futuro ad essere anche peggio del presente. E’ gente con quale non mi mischio, loro sono feccia nella mia esistenza da re. Plebe di un regno che non esiste, se non nella mia mente. Loro sono solo squallido contorno nella mia esistenza da vitello tonnato. E mi parlano. Tutto il giorno, continuamente. Mi chiedono consigli, idee, pareri, come se fossi il loro Oracolo della Sibilla, il loro unico confessore. Sono importante nelle loro inutili vite, sono il faro della loro giornata, la luce che distrugge la nebbia dei loro cervelli, sono il miglior amico, l’amante ideale, il nipote perfetto, il ragazzo sempre gentile. Sono io. E non mi vanto certamente di questo. No. Non ci tengo. La mia vita è un susseguirsi di complimenti e ringraziamenti, non ne posso fare a meno. Anche se non capisco la lenta inerzia con cui continuano le loro esistenze, riesco a concepire il perché abbiano bisogno di una guida lungo il percorso, anche se è ormai costellato di buche e fossi. Se non ci fossi io, il sottoscritto, loro non saprebbero come andare avanti. Certo. Potrebbero trovare un altro aiuto, un altro oscuro personaggio che li condurrebbe verso strade fallate e fugaci errori dovuti all’imperizia, alla mancanza di esperienza. Io, invece, non conosco sbagli, sono qui per una ragione al mondo: donare risposte. Perché questo la gente vuole da me e ce ne è voluto per arrivare a questo risultato.

Quando ero piccolo ero un ragazzo schivo, difficile che facessi amicizia con gli altri miei simili, impossibile poi che pronunciassi parola con qualche esponente del sesso opposto. Ai tempo moderni mi avrebbero definito “nerd”, un termine che ormai si addice su chiunque. Anche sui tamarri che ascoltano canzoni neomelodiche su macchine scoperte in giro per Bagnoli. Su chiunque. E sbagliano. Io ero diverso da quella mandria di bifolchi ignoranti con cui condividevo il mondo. Ero l’élite, la meraviglia, il non plus ultra dell’intelligenza che doveva fingere di essere inferiore, per non intristire gli altri, per non farli precipitare in un vuoto esistenziale fatto di problemi. Come se non ne avessero già per il solo fatto di essere nati, cresciuti e vissuti in questo Paese fatto di bigotti, assassini, ladri ed ipocriti. Ho iniziato a capire fin dai primi anni di vita dove mi avrebbe portato la meschinità dilagante che imperversava l’etere e le strade della mia città. Non che fuori si vivesse meglio, sia chiaro. Lo stesso schifo era ovunque, io non ne ero la cura, ero solo un semplice virus che cercava di rovinarlo. A scuola ero sempre nelle ultime file, parlavo poco. Il volgare chiacchiericcio da bambini non mi interessava alquanto. Nemmeno dividere la merenda, lo consideravo un gesto democratico solo a convenienza. Lo facevi o per far colpo sulla più carina della classe o se il tuo compagno aveva qualcosa più appetitoso di te. Io non ero entrato in quella schiera di falsi approfittatori come quelli che condividevano la classe con me. Nè alle elementari nè alle medie, figuriamoci alle superiori, quando l’ormone cresceva fino ad arrivare a livelli estremi e qualsiasi ragazza avesse almeno il cinque per cento di pelle scoperta, causava nel corpo di un normale maschio un innalzamento improvviso della pressione. Ho avuto anche io le mie esperienze in quell’ambito, sia chiaro. Ne ho avute decine, centinaia, oserei dire migliaia di donne, se solo non sapessi che non mi credereste. E ognuna di esse mi ha cercato per giorni, settimane, mesi. Una di loro, Ester, mi cerca da tre anni ancora.

Ero scappato di casa, avevo diciassette anni, avevo iniziato a non sopportare più la bassezza intellettuale dei miei genitori e di mia sorella. Quindi avevo deciso di partire, per qualsiasi luogo, qualsiasi posto basta che mi avesse dato la sensazione di essere lontano. Sono arrivato a Firenze senza nemmeno rendermene conto. Durante il viaggio due fidanzatini focosi si spingevano ben oltre la seconda base senza nemmeno considerare la mia presenza nello scompartimento. Ho sempre creduto che lei ne fosse ben felice. Devo ammettere che quando sono sceso dal treno il mio corpo era in subbuglio, e non per i due panini con roba scaduta che avevo comprato dal tizio all’interno. La Toscana mi aveva sempre causato pensieri lievemente positivi. E questo è il motivo per cui accettai di buon grado la destinazione del primo treno in partenza dalla stazione. Mi ritrovavo in un posto che non conoscevo, attorniato dalla solita marmaglia urlante che contraddistingueva il mondo, purtroppo, ma mi sentivo dolcemente libero. Passeggiai amabilmente per la città senza considerare che molti anni dopo sarebbe diventata scenario di uno spettacolo rozzo americano per cui milioni di persone, in tutto il mondo, avrebbero sbavato davanti al televisore. Considerare le esperienze passate, su ricordi attuali, è qualcosa di orrendo. Dopo tutto quel camminare stupito mi trovavo ad osservare il cielo, seduto su una panchina, quando mi si avvicinava una piacente signora. Si sedeva accanto al sottoscritto ed iniziava a disquisire su arte e pittori. Non sapevo assolutamente cosa volesse, o forse non volevo capirlo. Rispondevo garbatamente ad ogni sua domanda ed intavolavo una conversazione attenta con pause precise ad ogni sua nuova constatazione, prima di esporre il mio successivo punto di vista. Poi ho pensato che avrei dovuto offrirle parte della mia merenda e capii: mi stava abbordando. E in quel momento ero la persona più carina della classe.

Mi ha iniziato al sesso, ma non all’amore. Per quello ho atteso altri tre anni ed innumerevoli prestazioni occasionali con ragazze che non lo erano già più da qualche anno. Mi sono specializzato in quarantenni annoiate, sembrava il sogno di ogni ragazzino. Lo era. Ma è solo un passaggio: appena si arriva ai trentacinque si iniziano ad amare le diciottenni. La mente maschile è un concetto difficile da comprendere, pure per me che ho un elevato intelletto e sono pieno di risposte. Sempre giuste. Sempre all’altezza della situazione. Ester, la fiorentina, mi ha cercato per altri tre anni. E io l’ho accontentata fino a quando non ho perso quel brivido del proibito che ho avuto nei primi tempi. Si faceva dei lunghi viaggi solo per vedermi e potersi lasciar andare in quell’attimo eterno di lussuria. Questo pensavo. Poi compresi che la sua idea di “divertimento” dovesse comprendere una casa, qualche gatto e dei mocciosi urlanti. Con me. L’idea, sinceramente, mi ha lusingato: capisco che i geni che porto siano eccezionali, ma non ero mai stato pronto all’idea di allargare la mia dinastia. Io che speravo che terminasse quella umana, facendo sopravvivere solo i più meritevoli, mettermi a donare nuova vita mi sembrava, onestamente, un controsenso abnorme e una notevole mancanza di coerenza. Ho desistito. Lei ha pianto e ha pianto e ha pianto ancora. Non sentivo più la voglia di donarle cibo. Aveva ormai perso quel minimo interesse da parte mia. D’altronde dovevo pur scegliere tra lei e il mio lavoro. E quello non potrei mai abbandonarlo. Non ho provato a intraprendere la via universitaria perché sapevo già cosa volevo fare. Perché entrare in quel completo inutile di esami, professori, sessioni per parlare con tizi che non avevano la benché minima voglia di conoscere delle risposte, dato che la loro unica ambizione, in quell’istante, era avere più persone possibile che seguissero i loro corsi solo per non perdere la loro amata e sudata cattedra. Che ci dormissero pure di notte su quel loro scranno di legno, io ho preferito altro. L’amore poi l’ho conosciuto, lo confesso. E lo conosco tutt’ora.

E’ lì che prende parte ad ogni mia giornata e mi distrugge, piano piano, ogni minima certezza costruita in venticinque anni. E’ lei, Margherita. Una spigliata conoscitrice delle più misere tristezze dell’ecosistema umano. Ex-drogata, ex-sposata, ex-galeotta. Con due figli a carico vive in una stamberga in città, a soli cinque minuti da qui. Ogni sua considerazione sulla realtà che ci circonda è oro colato che fuoriesce da una cloaca infestata di pantegane. Non riesco a parlarci, quindi mi dimostro sempre più solerte nel mio compito e cerco di far colpo su di lei, spero che mi guardi, che capisca che sono qui ad osservarla, a bramarla, come un Lancillotto qualsiasi che rincorre la sua Virginia, senza preoccuparsi delle reazioni che potrebbe scaturire. Due anni che lei è lì, a pochi metri, e io non ho il coraggio di dirle “ciao”. Io che vivo ogni istante ad aiutare il prossimo, conscio della mia potenza intellettuale e che, nello stesso momento, mi distruggo per l’inutilità della loro vita, mi ritrovo costretto ad affermare che lei, e la sua intera figura, sono reali, vive, un motivo vero per cui andare avanti. E la guardo, ancora, ore e ore. Seppur lavorando. Mentre pigia i tasti come se non fosse in questo universo, elabora un sorriso virtuale al cliente che, inorgoglito, ricambia. Poi torna a vagare nel suo spazio solitario, come se non avesse motivo o ragione, di scendere da quella sua astronave per dialogare con noi comuni mortali. O meglio. Con loro comuni mortali. E mentre immagino, forse, per la prima volta un futuro assieme alla donna della mia vita, uno di loro mi si avvicina, come spesso accade.
“Mi scusi, buonuomo, i pelati dove sono?” – il solito anziano senza senso dell’orientamento.
“Si volti, vede il banco frigorifero? Affianco, al terzo scaffale in basso. Mi raccomando, prenda quelli sulla destra che sono in promozione” – sorrido.
“La ringrazio. E’ stato gentilissimo” – mi risponde contento.
“Dovere.” – E fiero ritorno ad organizzare scaffali. Anche oggi, come ogni maledetto giorno, ho aiutato questo mondo malato.

(Davide Paolino)

giovedì 18 luglio 2013

Vota Acido Lattico ai Macchianera Italian Awards 2013



Come noterete dall'immagine (vediamo il Cartello 18-bis, come direbbe Floris) Acido Lattico ha guadagnato una nomination come Miglior Sito di Satira ai Macchianera Italian Awards 2013*. Se non sapete di cosa parliamo, non abbiamo niente di cui ringraziarvi, siete pregati di guardare altrove. Se invece ci avete votato, vi ringraziamo e speriamo confermerete la vostra preferenza andando qui:

http://www.blogfest.it/2013/08/23/macchianera-italian-awards-2013-2-le-nomination/

facendo votare per noi anche i vostri parenti, amanti, schiavi, debitori, ricattati, orfanelli appena acquistati in Congo. Non vi diciamo di far votare per noi i vostri amici perché sappiamo che non ne avete (non vogliamo mettervi in imbarazzo).
Grazie a tutti!

*da notare anche il successo che ha avuto l'espediente di chiamarci Acido Lattico al solo scopo di comparire in cima alla lista e avere maggiore visibilità




Votate!


lunedì 15 luglio 2013

Acido Lattico #497


Boldrini: "Chi nasce in Italia è italiano". Così impara! (Fabio Bellacicco)

Annullato l'espatrio della moglie del dissidente kazako. Letta: "Può tornare". Il Dittatore kazako: "La restituiremo in comode rate". (Pasquale Vicidomini)

Calderoli shock: conosce altri animali oltre al maiale (Augusto Rasori)

Calderoli: "Quando vedo la Kyenge penso ad un orango".
O a qualche altro animale davanti a lui nella scala evolutiva. (Andrea Michielotto)

Roma. Danni per l'incendio doloso al liceo Socrate. Io so di non sapere chi sia stato. (Stefano Pisani)

Caso Berlusconi, quelli del Pd sono talmente confusi che potrebbero fare qualcosa di sensato. (Alfonso Biondi)

Traduttore Lattico

1. Travaglio contro il Pd: "Ditelo, non potete fare a meno di Berlusconi"
2. Travaglio contro il Pd: "Ditelo, non possiamo fare a meno di Berlusconi". (Augusto Rasori)

Notizie dal futuro

17 luglio 2013. Kate Middleton partorisce uno splendido bambino di 3.8Kg. Nero. (Andrea Michielotto)

Parallele 

1. Maroni: «La Lega apre una fase nuova» (20-5-13, lapoliticaitaliana.it)
2. Bruxelles, Borghezio attacca Kyenge: "Lei del Congo" (8-7-13, repubblica.it)
3. Migranti, Boso: "Sono contento se affonda un barcone". (9-4-13, repubblica.it)
4. Calderoli choc: "Quando vedo la Kyenge penso a un orango" (14-7-13, qn.quotidiano.net /Augusto Rasori)