Il secondino mi passa la scatola con i miei
vestiti. C’è anche la maglia gialla che mi ha regalato Mara, la mia
donna: la indossavo quando mi hanno arrestato.
Per me è gialla, ma gli uomini tendono sempre a semplificare. Per Mara
infatti è una maglia color senape. Una volta le ho chiesto quante
sfumature di giallo conoscesse e mi ha snocciolato una lista infinita di
colori per me misteriosi: sabbia, ocra, lime, ambra... A quel punto
l’ho interrotta: eravamo su due pianeti diversi, ma m’illudevo che non
sarebbe mai stato un problema.
Il giallo è il mio colore preferito. Mi ricorda quando, da bambino,
correvo tra i campi di grano illuminati dal sole. Con i miei amici ci
nascondevamo in un casolare abbandonato, dal tetto ammiravamo il mare
d’oro che s’increspava a ogni colpo di vento. Nel casolare c’era una
botola che portava a uno stanzino: in tempo di guerra lo usavano i
partigiani per nascondersi dai tedeschi. Io mi ci rifugiavo quando
scappavo di casa per sfuggire alle botte di mio padre.
Indosso la maglia gialla e mi sento finalmente libero. Ero dentro per
traffico di droga: facevo il corriere per i fratelli Grenci. Mi avevano
preso con loro quando ero appena maggiorenne: immigrato dalla Calabria
senz'arte nè parte, avevo lasciato la scuola quando avevo capito che
volevo tutto subito senza sudare sui libri. I Grenci mi avevano preso in
simpatia perchè venivo dalla loro terra, poi mi avevano affidato le
consegne perchè con la mia faccia pulita non destavo sospetti. Giravo
con uno zainetto pieno di soldi, m’incontravo coi fornitori, valutavo la
roba, pagavo e tornavo con decine di sacchetti di coca.
Il giorno che mi presero, i poliziotti avevano seguito i fornitori fino
al capannone dove si svolgeva lo scambio. Gli agenti spuntarono fuori
all'improvviso prima che avvenisse la consegna e ci intimarono di
arrenderci. I trafficanti tirarono fuori un arsenale e scatenarono un
inferno di fuoco. Ne approfittai per scappare, raggiunsi l’auto e fuggii
veloce.
M’imbattei in un posto di blocco, lo forzai e riuscii a passare, ma
danneggiai l’auto. Dopo pochi km mi piantò in asso in una stradina in
mezzo ai campi. Corsi attraverso le spighe di grano, come quando ero
bambino, e dopo un paio d’ore arrivai a casa di Mara.
Le stavo spiegando l’accaduto, quando i poliziotti fecero irruzione
nell’appartamento e mi arrestarono. Le accuse contro di me non erano
gravissime: non avevo sparato, nessun agente era morto e i soldi non si
trovavano, mancava la prova decisiva che stavo comprando la droga. Me la
cavai con pochi anni di carcere.
I Grenci inviarono in carcere i loro emissari: volevano capire se m’ero
tenuto i loro soldi, quasi un milione di euro. Io ripetevo sempre che
non sapevo dove fossero, che sicuramente i poliziotti s'erano tenuti il
bottino.
Gli scagnozzi dei Grenci fecero visita anche a Mara, pensando di trovare
il denaro. La massacrarono di botte, mentre lei giurava di non saperne
niente. Non so se si erano convinti della mia innocenza, ma negli ultimi
anni mi avevano lasciato in pace.
Il punto è che il denaro ce l’ho davvero io. All’inizio non volevo
fregare i Grenci. Quando ero fuggito in mezzo ai campi ero riuscito a
portarmi dietro lo zainetto. L’auto s’era fermata vicino al casolare
dove giocavo da bambino. Ero entrato nello stanzino e avevo lasciato i
soldi lì, poi ero corso da Mara. I poliziotti non mi avevano lasciato il
tempo di avvertire i Grenci e m’ero ritrovato in galera.
I soldi nascosti mi avevano risparmiato qualche anno di carcere. Poi
avevo capito che erano la mia assicurazione sulla vita: se i Grenci li
avessero recuperati sarei stato solo un pericolo, chiuso in cella con la
tentazione di tradirli. In galera avevano molti amici, potevano farmi
fuori quando volevano. Non parlai mai, neanche quando i poliziotti
m’interrogarono a manganellate.
Ora sono fuori e mi gioco il tutto per tutto. Il mio piano è rischioso,
ma può sistemarmi per il resto della vita. Mi accerto di non essere
seguito e vado a recuperare il denaro. Il casolare è la stessa isola di
pietra in un mare giallo: paglierino, dorato? Chissenefrega, per me è
solo giallo, non ho bisogno di sfumature. Ho un sussulto quando vedo che
i soldi sono ancora nello stanzino.
Arrivo da Mara. Abbiamo finto d’esserci lasciati, lei ha iniziato a
frequentare un figlio di papà che bazzica il night dove lavora come
ballerina. Mi sta aspettando. Spero che abbia quel che le ho chiesto:
armi cariche, qualche vestito e un auto per fuggire.
Suono il campanello, quando mi apre ho un tuffo al cuore. É ancora più
bella di come l’ho sognata in questi mesi. Poso la borsa coi soldi.
- Dove sono i vestiti? E le pistole?
Si china su una valigia piena di abiti, offrendomi la vista della sua
schiena sinuosa. Non capisco più nulla, l’afferro con foga e la bacio
come se nelle sue labbra ci fosse l’antidoto per un veleno che mi sta
uccidendo. Le armi possono aspettare, in un lampo siamo sul divano e ci
strappiamo i vestiti di dosso.
É stata la scopata più bella della mia vita, ora mi godo una sigaretta
mentre Mara è in bagno. Sento un rumore sospetto fuori
dall’appartamento. Mi affaccio alla finestra, mi sembra di scorgere
un’ombra. Corro al bagno.
- Rimani chiusa dentro. Dove sono le pistole?
- In camera, nella scatola color papaia.
Ma che cazzo di colore è il papaia? Vorrei chiedere lumi, ma sento
entrare qualcuno. Mi precipito in camera, apro l’armadio e rimango di
merda: è pieno di scatole di diversi toni di giallo. La prima è come la
mia maglia, senape, la escludo subito. Apro la seconda: borse di Mara.
Passo alla terza: lenzuola. Nella quarta intravedo la canna d’una
pistola. Non faccio in tempo a cantare vittoria che due braccia mi
afferrano e mi scaraventano contro il muro.
Mi rialzo e mi trovo davanti Bruno Grenci che mi punta addosso la sua
pistola. Con un ghigno beffardo mi mostra la borsa coi soldi e carica il
colpo. Non è come si crede, non vedo scorrermi davanti agli occhi il
film della mia vita. Riesco solo a formulare un pensiero di merda: me ne
vado da questo mondo infame, ma almeno ho scoperto quale cazzo è il
color papaia.
Quando penso a questo paese l'unica cosa che mi
viene in mente, degna di rappresentarlo perfettamente, è Sara Tommasi. E
non è assolutamente una frase contro Sara Tommasi, non sono un
maschilista sadico, cinico, che infierisce sui problemi altrui. Non
saprei neanche come giustificare il parallelo, ma credo che la
distruzione di un essere umano, commentata quotidianamente da una folla
inferocita e vile che nasconde le proprie opinioni dietro uno schermo,
sia perfetto. Sara Tommasi mi sembra la vittima perfetta di una società
in cui nessuno è colpevole e quindi tutti lo sono. Il frutto maturo di
una società cresciuta tra riviste gossippare e televisioni
berlusconiane, che vuole il sangue senza sporcarsi le mani, che vuole la
rivoluzione ma commenta sprezzante o razzista quelle che avvengono nei
paesi arabi, che non disdegna vittime occasionali alle quali sarebbero
meglio riservate delle cure specialistiche che un seguito continuo di
sfottò pecorecci.
Sara Tommasi. Di fronte alla malattia, malattia mentale per di più, un
uomo un minimo civile si ferma, quali che siano le cause. L'italiano, in
media, non sembra farlo. Quella italiana non è una società civile, e
somiglia molto di più di quanto non voglia ammettere ad uno di quei
paesi arretrati dove lapidano le donne o venerano i meteoriti, che
trovano saltuario sfogo nella crudeltà en passant o nella castrazione
giuridica, fittizia e agostana, della caricatura fatta male d'un
despota.
Un paese destinato ad una crisi economica e civile senza fine, con una
classe dirigente criminale e pericolosa soprattutto quando si mostra
nelle vesti ipocrite e innocue di un baciapile compromesso, sordido e
furbetto come Letta. Strettamente apparentata con il berlusconismo più
insidioso, volutamente cieca e sorda allo sfascio del paese, capace di
operazioni di marketing bieche sulla pelle dei suoi stessi ministri.
Da cui il paragone con la Tommasi, come l'italia, abbandonata alla sua autodistruzione a reti internet unificate.
In questo intravedo qualcosa sinistro, violento, cupo. Come il sound dei
Cripple Bastards. Tutto la filippica di cui sopra era infatti in realtà
un'introduzione a "Senza Impronte", eccellente prova del miglior, e più
nero, gruppo grind italiano. Che non solo vi consiglio. Verrò proprio a
casa vostra a conficcarvi gli auricolari nel cranio se non li
ascoltate.
Come promette il titolo, si tratta di un compilation omicida e senza
compromessi, un ideale momento di tranquilla riflessione marzulliana
sulle nostre ricche e splendide vite interiori, di servi e complici, in
un sistema che macina quotidianamente vittime tra indifferenza,
allarmismo posticcio a scopi pre-elettrorali, pinguini della vodafone.
Io vi avviso, teneteli d'occhio, convertitevi al crust grind se non
l'avete già fatto. Prima che sia troppo tardi. Prima di ripetere qualche
jingle studiato con tecnologie linguistiche. Ritrovate un'autentica,
bellissima incazzatura.
I Cripple Bastards saranno la soundtrack ideale alla fine del vostro
paese, il contrappunto perfetto all'agonia di una società combattuta tra
nichilismo e narcisismo, che non sentirete introdotta da Linus nella
trasmissione "mindcontrol buonista chiama italia". I Cripple sono
impresentabili che flirtano con il male assoluto; non lasciano margini
di speranza alla fine del tunnel, non si dilungano in democratici
parlottii, in spirargli salvifici. Ridono della redenzione, conoscono e
disprezzano l'essere umano tout court. Sanno che la cronaca nera,
sovrabbondante e gore, lungi dall'essere eccezione, rivela la natura
umana ed è occasione per spietate considerazioni sulla violenza
inevitabile con cui il nostro genere, (governo o individuo che sia)
risolverà le controversie, alla faccia di qualunque "costituzione più
bella del mondo". Il tutto con suoni puliti, studiatissimi, violenti.
L'italia, come recita il loro anthem nazionale in proposito, sì, è una merda.
Si, andrà molto peggio.
Ascoltate "Senza Impronte" dei Cripple Bastards.
E non lasciatene, che il vostro governo vi spia.
È lunedì, e già questo non depone a favore del
mio risveglio. Ogni mattina, per 6 giorni la settimana, il giro è sempre
lo stesso: prima accompagno mio figlio a scuola, fa le elementari,
quando è estate lo accompagniamo a casa di mia suocera; poi accompagno
mia moglie a lavoro, lei lavora in un call center, e poi me ne vado nel
mio studio a svolgere il mio lavoro di architetto.
Dopo aver lasciato mio figlio da mia suocera, mi sono immesso sulla
circonvallazione, oggi voglio cambiare strada, percorrere sempre la
stessa mi annoia. Mi accorgo sin da subito che c’è una confusione
tremenda. Credo che oggi non arriveremo in orario.
Trascorrono 5 minuti e sono solo con mia moglie in auto, è come se
avessi una sconosciuta familiare accanto. Lei inizia a lamentarsi del
caldo.
“Ma che caldo che fa oggi, è terribile! Ma perché c’è tutto ‘sto caldo?” dice lei con un tono lamentoso.
“E’ normale, è luglio” rispondo io seccato da quell’osservazione inutile e quella domanda furba.
“E che confusione, ma che fanno tutti? Ma non ne hanno da fare?”
continua lei forse per impedirmi di distrarmi lasciandomi andare a mille
pensieri che potrebbero portarmi a comprendere ogni enigma del mondo.
“Ci sarà chi va al mare e chi va a lavorare. Questa confusione alle 7:50
del mattino è insolita, specie in una stagione in cui tutti potrebbero
dormire di più”.
“Ma perché c’è tutta questa confusione?” ritorna a dirmi lei mitragliandomi di domande una più intelligente dell’altra.
“Non lo so, cosa vuoi che ne sappia? Posso ipotizzare un incidente!”.
La discussione ovviamente non finisce lì. Marisa, mia moglie, mi
tartassa di domande, del mio cervello ne fa spremuta, lo rende
inutilizzabile per le prossime tre ore almeno, e io al massimo fra
mezz’ora devo essere in ufficio e non posso permettermi di dormire sul
lavoro o perdo i clienti. Inizia a parlare di nuovi elettrodomestici che
servono in casa.
“Ma non vanno bene quelli che abbiamo? Non sarebbe meglio preoccuparci
di mettere qualcosa di lato per situazioni di crisi e/o imprevisti?”,
commento io innocentemente.
Lei non ci sta.
“Il lavoro della casalinga è il lavoro più stressante e pesante di ogni altro lavoro, lo dicono pure in TV”.
“In TV dicono un sacco di stronzate”.
“E chi pulisce casa? Io!”.
“Anch’io ho pulito un sacco di volte casa, puoi forse negare che non ti
dia una mano in tutto? Meriteresti di avere Danilo come marito”; Danilo è
un amico nostro che in casa non fa un cazzo a parte bere birra e
guardare la TV, soprattutto partite di calcio - salvo poi diventare
appassionato e specialista di qualunque pratica sportiva venga trasmessa
in TV e che abbia una connotazione mondiale - e a lavoro la fatica non
aumenta. I suoi argomenti preferiti sono il calcio, le moto e le
macchine. Al di là dei suoi argomenti preferiti, ama anche dare nozioni
di tutto anche se è vistosamente carente. I professori lo preferivano
impreparato e gli davano 6 piuttosto che sorbirsi le sue puttanate
irrazionali. Non so perché ma questo prototipo d’uomo è ben visto da mia
moglie e dalle amiche sue.
Se mi lasciasse un po’ ai miei pensieri forse potrei risolvere questo enigma, ma lei non vuole.
“Ma cosa vuoi, io sono stanca, penso a tutto io, sono stressata, non ce
la faccio più, io così non posso più andare avanti” dice lei iniziando
ad urlare.
“Poi ne parliamo” dico, ma solo nella speranza che si stia un po’ zitta.
“No, tu fai sempre così, ‘poi ne parliamo’ e poi non ne parliamo mai, io
ti conosco ormai”. E’ vero, ha ragione, in verità non ne vorrei parlare
proprio.
Lei continua, continua, continua e alla fine dico “va bene, compriamo quello che vuoi”. E lei si calma.
Siamo ancora impoltigliati nel traffico e anche io inizio a dare segni
di escandescenza. Inizio a strombazzare nella speranza che il suono
spinga avanti le macchine. Non funziona.
Mia moglie inizia a criticare questo o quell’amico per aver fatto quella o questa scelta.
“Avrà valutato le sue scelte, spero”; “Saranno problemi suoi”; “Se per
lui non è un problema perché dovrebbe esserlo per noi?”. Sono le
risposte standard per ogni sua osservazione.
Inizia a commentare criticamente questa o quell’altra passante. Prima
per i capelli in disordine, poi perché ha scarpe vecchie e sporche, poi
perché le ragazzine di oggi non hanno pudore e vanno in giro mezze nude.
Salvo poi rimproverarmi se guardo mezzo secondo in più queste ragazzine
mezze nude. Non ha vergogna di fare capire a queste signorine col culo
di fuori che io le guardavo e che lei è gelosa. L’unica parte che non fa
notare è che è stata lei ad indicarmela, io sarei stato distratto da
pensieri ben più importanti, del tipo: minchia poi dovrò parcheggiare,
che palle!
Nel frattempo abbiamo fatto un po’ di strada. Si capisce che c’è stato
un incidente. Mia moglie continua a vomitare parole, non la reggo più.
La prossima volta vorrò essere io la vittima di un incidente.
Toglietemela di torno, ve ne prego, vi pagherò gli alimenti a vita!
“Ma cosa fanno tutti… guarda, guarda, hai visto?”
“Cosa?”
“Tutti rallentano, si fermano, guardano e poi dopo, molto dopo, vanno
via! Suona! Digli qualcosa, perché stai lì zitto, non vedi che ore
sono?”.
“Tu monti alle 9:00, sono io che avevo appuntamento alle 8:45, che ti incazzi a fare? Se io sono tranquillo…”
“E poi che gli dici al cliente?”
“Che c’è stato un incidente. Una volta nella vita tutti abbiamo tardato a
causa di un incidente, sono sicuro che capirà”. Iniziavo a pensare che
avrei fatto una chiamata al signor Frangetti appena mia moglie fosse
scesa dalla macchina.
Si continua a camminare, nel frattempo sono passati 25 minuti. Mia
moglie ha protestato e urlato contro di me per ogni singola persona che
ha rallentato, si è fermata, ha guardato le macchine incidentate, ha
fatto le sue considerazioni, ha espresso i suoi giudizi ed è partito
via.
Finalmente è il nostro turno, da adesso la strada torna ad essere
scorrevole. C’è un’ambulanza e una pattuglia dei Carabinieri, due
macchine fracassate. Per me può andare. Metto la seconda, marciavamo già
pianissimo.
“Fermo!” mi urla mia moglie.
Mi fermo spaventato.
“Guarda qua che c’è, cosa dei pazzi. Quello doveva essere contromano,
per forza, guarda che faccia da delinquente che ha, sembra drogato”.
“Va beh, è tardi!”
“No! Fermo. Guarda come si sono ridotte le macchine. Pazzesco. Menomale che non si sono fatti niente”.
“Tu che ne sai? Magari a qualcun altro se lo sono già portati via”.
“Ma se l’ambulanza è qua”.
“Mica ce n’è una sola. Posso andare?”
“Sì, sì, vai”.